Indice

11. La sua pubblicazione


L'accantonamento della predicazione dottrinale

Durante le ultime due o tre generazioni, il pulpito ha dato sempre meno importanza alla predicazione dottrinale, fino a quest'oggi dove, con rare eccezioni, sembra che non trovi più spazio. Dai banchi il grido è stato prevalentemente da una parte: "Vogliamo esperienza viva, non arida dottrina", dall'altra: "Abbiamo bisogno di sermoni pratici, non di dogmi metafisici". Altri ancora sembrano dire: "Dateci Cristo, non la teologia". Triste a dirsi, si è prestato ascolto a tali richieste insensate. Diciamo "insensate" perché non esiste modo più sicuro della dottrina per verificare la legittimità di certe "esperienze", perché "le cose pratiche" non hanno un terreno solido su cui fondarsi se sono divorziate dalla dottrina biblica. Allo stesso modo Cristo: Cristo non può essere conosciuto se non è "predicato" (1 Corinzi 1:23), e certamente non può essere "predicato" se non nel quadro della dottrina corretta che non può semplicemente essere accantonata. Siamo così di fronte non a predicazioni "più utili", ma ad un deplorevole fallimento del pulpito, le cui cause principali vanno accreditate a pigrizia, alla ricerca di vacua "popolarità", "evangelizzazione" superficiale e squilibrata, ed amore per ciò che fa sensazione.

Pigrizia. Preparare, mettiamo, una serie di sermoni sulla dottrina della giustificazione esige molto più impegno che preparare una serie di messaggi sulla preghiera, sulle missioni, o sul lavoro; richiede più tempo di confinamento del proprio studio. "Sermoni dottrinali" esigono una più vasta e profonda conoscenza delle Scritture, una maggiore disciplina della mente, un esame accurato degli scritti dei dottori della chiesa. Tutto questo è "troppo" per la maggior parte dei ministri di Dio (spesso troppo impegnati "nel sociale" o in questioni amministrative). Ecco così che scelgono la linea della minor resistenza, qualcosa di più facile. E' proprio per la propensione a questa debolezza che i ministri in particolare vengono così esortati: "Àpplicati, finché io venga, alla lettura, all'esortazione, all'insegnamento ... Bada a te stesso e all'insegnamento; persevera in queste cose perché, facendo così, salverai te stesso e quelli che ti ascoltano" (1 Timoteo 4:13,16), come pure: "Sfòrzati di presentare te stesso davanti a Dio come un uomo approvato, un operaio che non abbia di che vergognarsi, che tagli rettamente la parola della verità" (2 Timoteo 2:15).

Desiderio di popolarità. E' naturale che il predicatore voglia compiacere il suo uditorio, ma lui desiderare desiderare e puntare a compiacere Dio: questa è la cosa più importante e spirituale. Nessuno può servire a due padroni. Come dichiara l'Apostolo: "Vado forse cercando il favore degli uomini, o quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo" (Galati 1:10). Queste sono davvero parole importanti. Non condannano forse il predicatore che mira solo a riempire le chiese? Quale grazia ci vuole per nuotare contro la corrente dell'opinione pubblica e predicare ciò che non è accettabile per l'uomo naturale! D'altro canto, temibile è il destino di coloro che, determinati a conquistare il favore popolare, deliberatamente si astengono dal parlare di quelle porzioni della verità che pure sarebbero le più necessarie per i loro uditori: "Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla, ma osserverete i comandamenti del SIGNORE vostro Dio, che io vi prescrivo" (Deuteronomio 4:2). Dobbiamo essere in grado di dire con Paolo: "...non vi ho nascosto nessuna delle cose che vi erano utili, e ve le ho annunciate e insegnate in pubblico e nelle vostre case ... Perciò io dichiaro quest'oggi di essere puro del sangue di tutti" (Atti 20:20,26).

Una "evangelizzazione" superficiale e squilibrata. Molti predicatori degli ultimi 100 anni agivano come se il loro primo ed ultimo obiettivo della loro vocazione fosse la salvezza delle anime: ogni cosa doveva essere finalizzata a quell'obiettivo. Di conseguenza era messo da parte pascere il gregge esistente, mantenere una disciplina scritturale nella chiesa, ed inculcare la pietà pratica, e tutto questo in favore di ogni sorta di stratagemmi mondani e metodi carnali utilizzati in base al principio che il fine giustifica i mezzi! Ecco così che le chiese si riempivano di membri non rigenerati. In realtà questi predicatori ottenevano l'opposto di ciò che si prefiggevano. Il cuore indurito deve essere arato ed erpicato prima di diventare ricettivo al seme dell'Evangelo. E' necessario istruire sul carattere di Dio, su ciò che esige la Sua legge, sulla natura e nefandezza del peccato, se si vuole porre un vero fondamento per l'evangelizzazione. E' inutile predicare Cristo alle anime fintanto che non vedano e sentano il bisogno disperato che hanno di Lui.

Amore per il sensazionale. Nei tempi più recenti, la corrente è cambiata. [Qui A. W. Pink parla dell'apocalitticismo prevalente nella sua generazione in cui, speculando sulla politica del tempo (era in corso la Seconda guerra mondiale) accostava questi avvenimenti alle profezie bibliche e alla fine dei tempi suscitando così un interesse che non può propriamente essere identificato come predicazione dell'Evangelo. Oggi l'amore per il sensazionale lo si trova altresì nelle speculazione apocalittiche di certe chiese o letteratura "evangelica" popolare, ma soprattutto nel sensazionalismo del carismaticismo e del pentecostalismo, dove molto si punta sui cosiddetti "doni dello Spirito Santo" e sulle guarigioni (ingannevoli) in un contesto teologico arminiano che ben poco ha a che fare con la predicazione dell'Evangelo biblico. NdT].

Prima di procedere oltre, rileviamo come le obiezioni più comunemente addotte contro la predicazione dottrinale, siano prive di senso. Si prenda, per esempio, il clamore per la predicazione esperienziale. In certi ambiti - abbastanza ristretti ma che si considerano i campioni dell'ortodossia ed i più alti esponenti della pietà vitale - si richiede una sorta di mappatura dettagliata delle varie esperienze di un'anima risvegliata sia sotto la legge che sotto la grazia - e qualsiasi altro tipo di predicazione, specialmente dottrinale, è disapprovato come se non fornisse altro che un involucro senza valore. Come ha scritto però in modo limpido un commentatore: "Sebbene le questioni dottrinali siano considerate da alcuni semplicemente la conchiglia della religione, e l'esperienza la sostanza viva al suo interno, bisogna rammentarsi che non si può raggiungere l'interno senza passare dall'esterno che pure la sostiene. Sebbene sia l'interno a dare valore alla conchiglia, la conchiglia è la guardiana del suo contenuto. Distruggete la prima e danneggerete anche la seconda". Se eliminiamo la dottrina, non ci sarà più nulla per mettere alla prova l'esperienza e ne conseguirà inevitabilmente il misticismo e il fanatismo.

In altri ambienti si chiede una predicazione che tocchi "problemi pratici" e si suppone ed insiste che la predicazione dottrinale sia semplicemente teorica e non pratica. Un tale concetto tradisce una deplorevole ignoranza. "Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile [in primo luogo] a insegnare [la dottrina], [e poi] a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia" (2 Timoteo 3:16). Studiate le epistole paoline e vedete come quest'ordine sia mantenuto coerentemente. Romani 1-11 è strettamente dottrinale, 12-16 è fatto di esortazioni pratiche. Prendete un esempio concreto: in 1 Timoteo 1:9-10 l'Apostolo elenca una serie di peccati che la legge condanna senza appello, e poi aggiunge: "...e per ogni altra cosa contraria alla sana dottrina". Questo è chiara indicazione di come l'errore nei principi fondamentali abbia un'influenza estremamente negativa sulle cose pratiche, e questo in proporzione a come la dottrina di Dio non sia creduta e l'autorità di Dio respinta. E' la dottrina che supplisce la motivazione per ubbidire ai precetti.

In connessione con coloro che gridano: "Predicate Cristo, non la teologia", abbiamo a lungo osservato come essi non predicano Colui con il quale Dio ha stabilito un patto (Salmo 89:3), né come il Suo "eletto" in cui la Sua anima si rallegra (Isaia 42:1). Essi predicano un "Cristo" che è il prodotto della loro immaginazione, la creazione del sentimentalismo. Se noi predichiamo il Cristo delle Scritture dobbiamo presentarlo come il Servo di Dio scelto e prezioso (1 Pietro 2:4), "un agnello senza difetto né macchia, già designato prima della creazione del mondo" (1 Pietro 1:19-20), come Colui che "è posto a caduta e a rialzamento di molti ... come segno di contraddizione" (Luca 2:34), "pietra d'inciampo e sasso di ostacolo" (1 Pietro 1:8). Cristo non deve essere predicato come se fosse separato dalle Sue membra, ma come Capo del Suo corpo mistico - Cristo e coloro che Dio ha eletto in Lui, infatti, sono uno, eternamente ed immutabilmente uno. Non predichiamo un Cristo mutilato, ma secondo gli eterni consigli di Dio.

Ancor meno gradito è predicare sulla dottrina dell'elezione

Ora, se la predicazione dottrinale è così impopolare come sembra, la dottrina dell'elezione lo è in modo particolare e preminente. I sermoni sulla predestinazione sono, con rare eccezioni, fortemente avversati e intensamente denunciati come negativi. "Sembra esserci un inevitabile pregiudizio nella mente umana contro questa dottrina e, sebbene la maggior parte delle altre dottrine sia ricevuta dai cristiani professanti, alcune con cautela, altre con piacere, questa sembra essere la più frequentemente ignorata e scartata. In molti nostri pulpiti sarebbe considerato il massimo fra i peccati e un tradimento predicare un sermone sull'elezione" (C. H. Spurgeon). Se questo era il caso a quei tempi, molto più lo è ora. Anche in circoli che si vantano della loro ortodossia, il solo menzionare la predestinazione è come sventolare uno straccio rosso di fronte ad un toro. Non c'è nulla che più in fretta susciti la manifesta inimicizia della mente carnale nella persona religiosa compiaciuta di sé stessa e nei farisei che vantano la propria giustizia di quanto lo faccia la proclamazione della sovranità di Dio e della Sua grazia discriminante. Indubbiamente pochi sono i predicatori rimasti che osano combattere con valore per la verità.

Indicibilmente terribile è vedere fin dove sia giunto l'orrore e l'odio che hanno verso l'elezione leader apertamente evangelici nei loro discorsi blasfemi contro questa benedetta verità: ci rifiutiamo di inquinare queste pagine citando brani dei loro empi discorsi. Alcuni sono giunti fino ad affermare che quand'anche la predestinazione sia rivelata nelle Scritture, essa sarebbe una dottrina pericolosa che crea dissensi e divisioni, e che quindi non dovrebbe essere predicata nelle chiese. Si tratta della stessa obiezione usata un tempo dal Cattolicesimo contro la diffusione della Parola di Dio nella lingua di tutti i giorni. Se dovessimo tagliare le pagine della Bibbia con delle forbici per eliminare da essa tutto ciò che non è accettabile per l'uomo naturale e quindi predicare sul rimanente, che cosa di fatto rimarrebbe? "...ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia" (1 Corinzi 1:23). Dovrebbe forse il pulpito tacere su questo? Dovrebbero forse i servi di Dio cessare di proclamare la persona, l'ufficio e l'opera del Suo amato Figlio, semplicemente perché, per i reprobi, è "una pietra di inciampo ed un sasso di ostacolo"?

Molte sono le obiezioni addotte contro questa dottrina da coloro che desiderano discreditarla. Alcuni dicono che non sia necessario predicare l'elezione perché è cosa misteriosa e le cose segrete appartengono al Signore. Essa, però, non è affatto un segreto, perché Dio l'ha chiaramente rivelata nella Sua Parola. Se essa non dovesse essere predicata a causa del suo carattere misterioso, allora, per la stessa ragione, non bisognerebbe predicare sull'unità della natura divina che sussiste in una Trinità di persone, e nemmeno la nascita verginale e tanto meno la risurrezione dei morti. Secondo altri, la dottrina dell'elezione indebolisce la carica missionaria ed evangelistica che dovrebbero avere le nostre chiese, anzi, persino la predicazione, vanificandola, a loro dire, del tutto. Se questo fosse il caso, anche la predicazione di Paolo era del tutto inutile, perché è piena di questa dottrina: leggete le sue epistole e troverete come egli proclamasse continuamente l'elezione, eppure mai leggiamo che egli cessasse di predicarla perché avesse reso inutili le sue fatiche.

Paolo insegna che: "...infatti è Dio che produce in voi il volere e l'agire, secondo il suo disegno benevolo" (Filippesi 2:13), eppure noi non troviamo che, su questa base, egli cessasse di esortare i credenti e ad impegnarsi in ciò che piace a Dio, come pure ad operare essi stessi con tutte le loro forze. Se non riusciamo a comprendere come queste due cose vadano assieme, non c'è ragione di rifiutarsi di credere all'una o all'altra ed agire di conseguenza. Alcuni contestano l'elezione perché la sua predicazione scuoterebbe la sicurezza del credente e gli riempirebbe la mente di dubbi e di paure. Ma è soprattutto oggi che dovremmo essere riconoscenti per questa verità che, di fatto, manda in frantumi la compiacenza dei cristiani nominali e sospinge gli indifferenti ad esaminare sé stessi davanti a Dio. Con altrettanta ragione si potrebbe dire che la dottrina della rigenerazione non dovrebbe essere resa pubblica: è forse più facile assicurarsi che io sia veramente nato di nuovo che accertarsi che io sia uno degli eletti di Dio? No di certo.

Altri ancora insistono che l'elezione non dovrebbe essere predicata perché gli empi ne farebbero un uso sbagliato e potrebbero nascondere dietro ad essa il loro disinteresse e procrastinazione, sostenendo che se sono stati eletti alla salvezza, essi potrebbero per il momento anche vivere come più gli piace e fare il pieno di peccati. Una tale obiezione è puerile, infantile all'estremo. Quale verità, infatti, l'empio non sarebbe pronto a pervertire? Anche la grazia di Dio potrebbe essere facilmente trasformata in dissolutezza. Essi potrebbero usare la Sua misericordia e la Sua pazienza come pretesto per continuare a fare cose che non vanno. Gli arminiani ci dicono che predicare l'eterna sicurezza del cristiano incoraggia l''indolenza, mentre all'estremo opposto, gli iper-calvinisti obiettano che esortare le persone non rigenerate al ravvedimento ed alla fede non sia appropriato perché inculcherebbe l'idea che loro siano in grado di farlo. Non cerchiamo di essere savi al di là di quel ch'è scritto, ma predichiamo tutto il consiglio di Dio lasciando poi a Lui i risultati.

Il servitore di Dio non deve farsi intimidire o frenare dal professare e proclamare la verità non adulterata. Il mandato oggi è lo stesso dato all'antico profeta Ezechiele: "Tu, figlio d'uomo, non aver paura di loro, né delle loro parole, poiché tu stai in mezzo a ortiche e spine, abiti fra gli scorpioni; non aver paura delle loro parole, non ti sgomentare davanti a loro, poiché sono una famiglia di ribelli. Ma tu riferirai loro le mie parole, sia che ti ascoltino o non ti ascoltino, poiché sono ribelli" (Ezechiele 2:6-7). Egli deve attendersi di trovare opposizione, specialmente da coloro che professano la fede cristiana a gran voce e si fortificano contro di essa. L'annuncio della scelta sovrana di Dio ha evocato lo spirito di malizia e di persecuzione sin dai tempi più antichi. Lo aveva fatto ai tempi di Samuele. Quando il profeta porta il suo annuncio a Iesse al riguardo dei suoi sette figli: «Il SIGNORE non si è scelto questi» (1 Samuele 16:10), l'ira dei suo primogenito si accende contro Davide: "Eliab, suo fratello maggiore, avendo udito Davide parlare a quella gente, si accese d'ira contro di lui e disse: «Perché sei sceso qua? A chi hai lasciato quelle poche pecore nel deserto? Io conosco il tuo orgoglio e la malignità del tuo cuore; tu sei sceso qua per vedere la battaglia»" (1 Samuele 17:28). Così accade quando Cristo stesso mette in evidenza come Dio avesse impartito la Sua grazia alla vedova di Sarepta e Naaman il Siro, eleggendoli, di coloro che erano al culto quel giorno in sinagoga è scritto: "tutti nella sinagoga furono pieni d'ira" (Luca 4:25-29) e cercavano di ucciderlo. Di fatto, l'odio stesso che solleva questa importante verità è una delle prove più convincenti della sua origine divina.

L'elezione deve essere predicata e resa pubblica

Essa è in primo piano nelle Scritture. L'elezione deve essere predicata e resa pubblica, in primo luogo perché essa è portata in primo piano in tutte le Scritture. Non c'è un singolo libro della Parola di Dio nel quale l'elezione non sia o espressamente affermata, o sorprendentemente illustrata o chiaramente deducibile. Il libro della Genesi ne è pieno; la differenza che il Signore opera fra Nachor e Abramo, Ismaele ed Isacco, il suo amare Giacobbe ed odiare Esaù, sono solo alcuni esempi fra tanti. Nel libro dell'Esodo vediamo la distinzione che Dio fa fra gli egiziani e gli ebrei. Nel libro del Levitico, la riconciliazione e tutti i sacrifici erano in favore del popolo di Dio, ed Egli non chiede di andare ed "offrirla" ai popoli circostanti. Nel libro dei Numeri Jahvè fa uso di Baalam per annunciare il fatto che Israele era "un popolo che dimora solo e non è contato nel numero delle nazioni" (23:9) e quindi egli è costretto a gridare: "Come sono belle le tue tende, o Giacobbe, le tue dimore, o Israele!" (Numeri 24:5). Nel libro del Deuteronomio è riportato: "Poiché la parte del SIGNORE è il suo popolo, Giacobbe è la porzione della sua eredità" (Deuteronomio 32:9).

Nel libro di Giosuè contempliamo la misericordia discriminante del Signore di cui la prostituta Rahab è oggetto, quando l'intera sua città è destinata alla distruzione. Nel libro dei Giudici la sovranità di Dio appare negli improbabili strumenti attraverso i quali Egli opera vittorie per Israele: Debora, Gedeone, Sansone. In Ruth vediamo Orpah che dice addio a sua suocera e ritorna ai suoi dèi, mentre Ruth le è fedele ed ottiene un'eredità in Israele - chi è che le ha fatte differire? In 1 Samuele Davide viene scelto per il trono, preferito ai suoi fratelli più anziani. In 2 Samuele apprendiamo del patto eterno che "...'egli ha stabilito ... ben regolato in ogni punto e perfettamente sicuro" (23:5). In 1 Re Elia diventa strumento di benedizione per una singola vedova scelta fra tante, mentre in 2 Re solo Naaman, fra tutti i lebbrosi, è purificato. In 1 Cronache è scritto: "voi, discendenza d'Israele, suo servo, figli di Giacobbe, suoi eletti!" (16:13); mentre in 2 Cronache siamo portati a stupirci per la grazia di Dio che concede il ravvedimento a Manasse. Potremmo andare avanti in questo modo. I Salmi, o Profeti, i vangeli e le epistole sono tutte piene di questa dottrina, per chi ha occhi per vedere ed è privo di pregiudizi.

L'Evangelo la esige. In secondo luogo, la dottrina dell'elezione deve essere predicata apertamente perchö l'Evangelo stesso senza di essa non può essere proclamato in modo scritturale. Ahimè, grandi sono le tenebre e così vasta è l'ignoranza che oggi prevale, che indubbiamente pochi sono coloro che percepiscono come vi sia una connessione vitale fra la predestinazione e l'Evangelo di Dio. Fermiamoci per un momento e riflettiamo seriamente su queste questioni: forse che il successo o il fallimento dell'Evangelo è una questione lasciata al caso? O, per metterla in un altro modo, forse che i frutti dell'impresa più stupefacente di tutte . la riconciliazione operata da Cristo - è lasciata alle contingenze del capriccio umano? Potremmo forse affermare che il Redentore "dopo il tormento dell'anima sua vedrà la luce e sarà soddisfatto" (Isaia 53:11) se tutto fosse lasciato a dipendere dalla volontà dell'essere umano decaduto? Ha forse Dio così poca considerazione per la morte di Suo Figlio che Egli ha lasciato nell'incertezza su quanti effettivamente da Lui saranno salvati?
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Il "vangelo di Dio" (Romani 1:1) può solo essere presentato in modo scritturale quando in esso il Dio trino è onorato e glorificato. Il "vangelo" attenuato della nostra epoca degenerata confina l'attenzione dei suoi uditori al sacrificio di Cristo, mentre la salvezza prende origine dal cuore di Dio Padre ed è portata a compimento dall'opera di Dio lo Spirito. Tutte le benedizioni della salvezza sono comunicate secondo i decreti eterni di Dio, ed è per l'intera elezione della grazia (e per null'altro) che Cristo ha operato la salvezza. Il primo capitolo stesso del Nuovo Testamento annuncia che Gesù "salverà il suo popolo dai suoi peccati", non "ha la potenzialità di salvare il suo popolo dai loro peccati", ma che di fatto, in modo certo ed oggettivo li salverà. Ancora, non c'è mai stata una sola anima che abbia avuto beneficio dalla morte di Cristo che non sia in questa condizione perché lo Spirito non abbia applicato le sue virtù agli eletti. Chiunque, quindi, ometta l'elezione del Padre e le operazioni sovrane ed efficaci dello Spirito Santo, non sta predicando l'Evangelo di Dio, non importa quale reputazione egli possa avere di "conquistatore di anime".

Abbiamo così denunciato l'insensatezza delle obiezioni che vengono rivolte contro la predicazione dottrinale in generale e le argomentazioni che sono sollevate contro la predestinazione in particolare. Abbiamo poi rilevato alcune fra le ragioni per le quali questa grandiosa verità debba essere resa pubblica. In primo luogo perché le Scritture, dalla Genesi all'Apocalisse ne sono piene. In secondo luogo perché senza di essa l'Evangelo stesso non può essere predicato in modo scritturale. Il grande mandato affidato ai servitori pubblici di Cristo, debitamente chiamati ed equipaggiati da Lui, recita così: "Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura" (Marco 16:15), non una parte soltanto di esso, ma l'Evangelo nella sua completezza. L'Evangelo non deve essere predicato a rate, ma nella sua interezza, tanto che ogni Persona della Santa Trinità vi sia debitamente onorata. Se l'Evangelo viene mutilato, se un ramo del sistema evangelico viene soppresso, non si può dire che l'Evangelo sia predicato. Cominciare a narrare l'Evangelo dal Calvario, o persino da Betlemme, significa cominciare a metà del racconto: dobbiamo iniziare il racconto dall'inizio, dai decreti eterni della grazia di Dio.

Un noto Riformatore italiano la mette in questo modo: "L'Elezione è il filo d'oro che passa attraverso tutto l'ordito del sistema cristiano ... è il vincolo che tiene insieme tutto il tessuto. Senza di esso, esso è come un castello di sabbia che molto facilmente può essere distrutto. E' il cemento che tiene unito e consolida l'edificio, anzi, l'anima stessa dell'intera struttura. Essa è così mescolata ed intrecciata con l'intero schema della dottrina evangelica che, se questa mancasse, essa si dissanguerebbe a morte. Un ambasciatore deve comunicare l'intero messaggio che gli è stato affidato. Non gli è concesso di ometterne parti come egli ritenga più opportuno, ma deve dichiarare tutto ciò che il Sovrano intende far conoscere, pienamente e senza riserve. Egli non deve dire né più né meno che le istruzioni della corte richiedono, altrimenti un tale messaggero cadrebbe in discredito e potrebbe persino perdere la sua testa. Che i ministri di Dio bene soppesino tutto questo" (Girolamo Zanchi,1562).

L'Evangelo è un diritto. L'Evangelo, inoltre, deve essere predicato "ad ogni creatura", cioè a tutti coloro che sono inclusi nel ministero cristiano, sia Israeliti che pagani, giovani o vecchi, ricchi o poveri che siano. Tutti coloro che attendono all'amministrazione dei servitori di Dio hanno il diritto di udire l'Evangelo pienamente e chiaramente, senza che siamo privati di parte alcuna. Ora, una parte importante dell'Evangelo è la dottrina dell'Elezione: la scelta eterna, libera ed irreversibile di certe persone in Cristo a vita eterna. Dio sapeva che se il successo della predicazione di Cristo crocifisso fosse stato lasciato alle contingenze delle risposte date o non date di esseri umani decaduti, l'Evangelo stesso sarebbe stato disprezzato. Questo è chiaro da: "Tutti insieme cominciarono a scusarsi" (Luca 14:18). Per questo Dio ha determinato che un residuo dei figli di Adamo diventassero per sempre monumento della Sua misericordia e, di conseguenza, Egli ha decretato di impartire loro fede salvifica e ravvedimento. Questo è buona notizia indubbiamente: tutto è reso certo ed immutabile dalla sovrana volontà di Dio.

Cristo è il supremo evangelista, ma troviamo come questa dottrina fosse sulle Sue labbra durante tutto il Suo ministero: "Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli ... Se quei giorni non fossero stati abbreviati, nessuno scamperebbe; ma, a motivo degli eletti, quei giorni saranno abbreviati ... Allora il re dirà a quelli della sua destra: "Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v'è stato preparato fin dalla fondazione del mondo" (Matteo 11:25;24:22;25:34); "Non vi rallegrate perché gli spiriti vi sono sottoposti, ma rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli" (Luca 10:20); "Tutti quelli che il Padre mi dà verranno a me; e colui che viene a me, non lo caccerò fuori ... voi non credete, perché non siete delle mie pecore ... Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia" (Giovanni 6:37: 10:26; 15:16).

Lo stesso è vero per il più grande degli Apostoli. Prendete la prima e principale fra le sue epistole, espressamente dedicata a spiegare "il vangelo di Dio" (Romani 1:1). Nel capitolo 8 egli descrive coloro che sono "chiamati secondo il suo disegno" (v. 28) e che, per questo sono "preconosciuti" e "predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli" (v. 29). L'intero capitolo 9 è dedicato a questa dottrina: là si spiega la differenza che Dio fa fra Ismaele ed Isacco, fra Esaù e Giacobbe, vasi d'ira e vasi di misericordia. Là ci dice che Dio "fa misericordia a chi vuole e indurisce chi vuole" (v. 18). Queste cose non sono state scritte a poche persone in qualche angolo oscuro, ma indirizzate ai credenti di Roma, "il che era, in effetti, come portare questa dottrina sul palcoscenico del mondo intero, stampando su di essa un imprimatur universale e rendendola pubblicamente nota ai credenti di tutta la terra" (Girolamo Zanchi).

Essenziale al concetto stesso di grazia. La dottrina dell'elezione deve essere predicata, in terzo luogo, perché senza di essa la grazia di Dio non può essere considerata tale. Le cose oggi sono arrivate ad un punto tale che il resto di questo capitolo dovrebbe essere realmente dedicato a delucidare ed ampliare questo importante punto, ma dobbiamo accontentarci di brevi osservazioni. Oggi nel mondo cristiano vi sono migliaia di evangelisti arminiani che negano la predestinazione, direttamente o indirettamente, e che pure immaginano di magnificare la grazia di Dio. La loro idea è che Dio, per la Sua grande bontà ed amore, abbia provveduto la salvezza in Cristo per l'intera famiglia umana, e che questo sia ciò che Egli desidera e persegue. E' loro persuasione che Dio estenda a tutti la Sua offerta di salvezza attraverso il messaggio dell'Evangelo affinché sia liberamente accolto da tutti coloro che lo odono, e che la gente lo possa accettare o rifiutare. Tutto questo, però, non ha nulla a che fare con il concetto di grazia.

La grazia di Dio e il merito umano che se ne renderebbe degno, sono fra di loro concetti diametralmente opposti come il polo nord ed il polo sud. Non così, però, per la "grazia" dell'arminiano. Se la grazia fosse semplicemente qualcosa che mi viene offerto, qualcosa che io debba accogliere se desidero che mi faccia del bene, ma che posso anche respingere, allora l'atto stesso di accoglierla diventerebbe un atto meritorio e io avrei motivo di vantarmene. Se qualcuno rifiuta quella grazia ed io l'accolgo, allora dev'essere (dato che è completamente in causa il libero arbitrio dell'uditore) che io sia più sensato e intelligente di loro, o perché il mio cuore è più malleabile e disponibile del loro, o perché la mia volontà è meno ostinata della loro, e se mi si chiede: "Chi ti distingue dagli altri?" (1 Corinzi 4:7), allora l'unica risposta verace da dare è che io sono stato a fare qualcosa che mi ha distinto e quindi metto sulla mia testa la corona dell'onore e della gloria.

A questo alcuni potrebbero replicare: Noi crediamo che il cuore dell'uomo naturale sia duro e la sua volontà ostinata, ma Dio, nella Sua grazia, manda lo Spirito Santo, e Egli fa prendere coscienza gli esseri umani del loro peccato, tanto che nel giorno in cui li visita, Egli ammorbidisce il loro cuore e cerca di attrarli a Cristo; eppure, anche così, sarebbero sempre loro a dover rispondere a queste "dolci seduzioni" e cooperare con la sua "influenza di grazia". E' qui che essi abbandonano il terreno che si tratti di una questione completamente affidata alla volontà umana. Anche in questo caso, però, abbiamo nulla di meglio di una farsa della grazia divina. Quelli stessi che dicono così, pure affermano che molti fra coloro che sono così influenzati dallo Spirito, vi resistono e periscono. Coloro che sono salvati, in ultima analisi, devono la loro salvezza al fatto che essi stessi si sono avvantaggiati dell'opera dello Spirito - sono loro che avrebbero "cooperato" con Lui. In tale caso l'onore sarebbe da dividere fra le operazioni dello Spirito e quello che io ho fatto per avvalermene. Questo, però, non è affatto "grazia".

Vi sono poi anche altri che cercano di smussare i lati affilati della spada dello Spirito, e che dicono: Io credo nella dottrina della predestinazione, ma non come la insegnano i Calvinisti. Una sola parola qui serve per sciogliere per noi il nodo: "precognizione". L'elezione divina sarebbe basata sulla precognizione. Dio ha previsto chi si sarebbe ravveduto dai suoi peccati ed accettato Cristo come suo salvatore, e su questa base Dio li ha eletti a salvezza. Qui ancora sono i meriti umani ad essere trascinati dentro. La grazia non sarebbe gratuita ma legata alla "decisione" della creatura. Un tale concetto carnale capovolge l'ordine stesso della Scrittura, la quale insegna che la divina precognizione è basata sul proposito di Dio - Dio prevede ciò che avverrà perché Egli stesso è Colui che ha decretato ciò che deve avvenire. Notate attentamente l'ordine in Atti 2:23 e Romani 8:28 (l'ultima affermazione) e 29: "quest'uomo, quando vi fu dato nelle mani per il determinato consiglio e la prescienza di Dio, voi, per mano di iniqui, inchiodandolo sulla croce, lo uccideste"; "Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno. Perché quelli che ha preconosciuti, li ha pure predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli". Dov'è che le Sacre Scritture parlano di Dio che prevedrebbe o preconoscerebbe il nostro ravvedimento e la nostra fede espressi come "liberi atti della nostra volontà"? Nella Scrittura si tratta sempre di precognizione di persone e mai di atti: "Quelli che ha preconosciuto", non "quel che ha preconosciuto".

La Scrittura, però, non dice forse: "Chiunque vuole può venire", sì, ma da dove viene questa disponibilità nel caso di coloro che rispondono affermativamente all'invito dell'Evangelo? L'essere umano, nella sua condizione naturale è del tutto indisposto, come dichiara Cristo: "...eppure non volete venire a me per aver la vita!" (Giovanni 5:40). Qual è dunque la risposta? Questa: "Il tuo popolo si offrirà volenteroso nel giorno del tuo potere" (Salmo 110:3 ND). E' il potere, la potenza di Dio e nient'altro che rende disponibile chi disponibile non è, che prevale sulla sua inimicizia ed ostinazione, che sospinge o "attira" ai piedi di Cristo Gesù. La grazia di Dio, lettori miei, è molto più che un amabile concetto da cantare: è la potenza onnipotente, una dinamica invincibile, un principio vittorioso si ogni resistenza. "La mia grazia ti basta" (2 Corinzi 12:9), dice Dio, e questo non richiede da parte nostra ulteriore assistenza. "Ma per la grazia di Dio sono quello che sono" (1 Corinzi 15:10), e non per la mia cooperazione, dice l'Apostolo.

La grazia di Dio ha fatto molto di più che rendere possibile la salvezza dei peccatori: essa rende certa la salvezza di coloro che Dio ha scelto. Essa non solo provvede loro salvezza, ma li porta in stato di salvezza, e lo fa in modo tale che l'onore di questo non sia condiviso con la creatura. La dottrina della predestinazione abbatte la "libera volontà" e i meriti umani così come un tempo Dio aveva abbattuto a terra il dio Dagon, facendolo cadere con la faccia a terra (1 Samuele 5:3). Essa, infatti, ci dice che se noi abbiamo di fatto voluto e desiderato fare nostri i meriti di Cristo e la salvezza tramite Lui, è così perché Dio ha operato in noi il volere e l'operare secondo il Suo beneplacito. Per questo ci gloriamo solo nel Signore e diamo a Lui solo la lode. Questo scrittore non aveva cercato il Signore, ma l'odiava e l'avversava, cercava di bandirlo dai suoi pensieri. Il Signore, però, è venuto alla ricerca di lui, lo ha fatto cadere a terra come Saulo di Tarso, sottomesso la sua spregevole ribellione e l'ha reso volenteroso nel giorno del Suo potere. Questa sì che è grazia - sovrana, stupefacente e trionfante grazia!

Essa abbatte le pretese umane. In quarto luogo, la dottrina dell'elezione deve essere resa pubblica perché abbassa ed umilia l'arroganza umana. Gli arminiani immaginano di farlo dichiarando come la famiglia umana sia totalmente depravata, eppure essi, al tempo stesso, si contraddicono insistendo sulla capacità umana di atti spirituali. Il fatto è che la "depravazione totale" sulle loro labbra è semplicemente un'espressione teologica che essi ripetono come pappagalli perché essi non comprendono né credono alle sue temibili conseguenze pratiche. La Caduta ha influito radicalmente e corrotto ogni parte e facoltà del nostro essere, e quindi se l'essere umano è, com'è, totalmente depravato, ne consegue necessariamente che, a causa del peccato, la nostra volontà è completamente asservita. Così come l'apostasia umana da Dio è risultata nell'oscuramento della sua intelligenza spirituale, nella contaminazione dei suoi sentimenti, nell'indurimento del suo cuore, così pure ha portato la sua volontà in completo asservimento a Satana. L'essere umano non può liberarsi da sé più di quanto lo possa un verme sotto i piedi di un elefante.

Uno dei segni che distinguono chi appartiene al popolo di Dio è che, come dice l'Apostolo, "non mettiamo la nostra fiducia nella carne" (Filippesi 3:3), e nulla è maggiormente calcolato per portarli in quella condizione che la verità dell'elezione. Mettete da parte la divina predestinazione, e la salvezza diventerà contingente, tanto che non sarà più né per sola grazia, né per sole opere, ma per una nauseante loro miscela. Chi crede di poter essere salvato senza l'elezione, deve per forza mettere una qualche fiducia nella carne, per quanto fortemente lo voglia negare. Basta solo essere persuasi di avere una qualche capacità nel potere della nostra volontà a contribuire anche solo in minima parte alla nostra salvezza che noi rimaniamo di fatto nella "fiducia carnale", e quindi non siamo stati veramente umiliati davanti a Dio. E' solo quando siamo portati a disperare di noi stessi, ad abbandonare ogni speranza nelle nostre capacità, che davvero guarderemo fuori da noi stessi per essere liberati.

Quando la verità dell'elezione viene divinamente applicata al nostro cuore, siamo portati a renderci conto che la salvezza dipende soltanto dalla volontà di un Dio sovrano, che "Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia" (Romani 9:16). Quando siamo portati a accogliere la verità che: "senza di me non potete far nulla" (Giovanni 15:5), è allora che il nostro orgoglio riceve la sua ferita mortale. Fintanto che in qualche modo noi coltiviamo l'idea folle che possiamo da parte nostra dare una mano nell'opera della nostra salvezza, non ci sarà alcuna speranza in noi. Quando però ci rendiamo conto di essere solo come argilla nelle mani del vasaio per essere plasmati da Lui o come vasi ad onore o come vasi a disonore secondo il Suo beneplacito, allora rinunceremo alla nostra forza, dispereremo di potere aiutare noi stessi, e pregheremo attendendo le potenti operazioni di Dio. Allora non sarà invano che pregheremo ed attenderemo.

Il mezzo designato della fede. In quinto luogo, l'elezione deve essere predicata perché è un mezzo divinamente designato di fede. Uno dei primi effetti prodotti in coloro che prendono seriamente questa dottrina è di stimolarli ad accertarsi diligentemente davanti a Dio se essi siano da contarsi fra gli eletti oppure no. In molti casi questo porta alla scoperta dolorosa che la loro professione di fede è vuota, priva di valore, che essa si fonda, nella migliore delle ipotesi, su qualche "decisione" fatta anni prima in condizioni di particolare emotività. Non c'è nulla di più calcolato per rilevare una falsa conversione che una presentazione scritturale dei segni che caratterizzano la nuova nascita. Coloro che sono predestinati a salvezza sono oggetto di un'opera miracolosa della grazia nel loro cuore, e questo è molto diverso dall'atto per il quale uno "si decide" per Cristo o diventa membro di una qualche chiesa. E' richiesto molto più che una fede naturale per unire l'anima al Cristo soprannaturale.

La predicazione dell'elezione opera come il correggiato, lo strumento utilizzato per battere il grano sull'aia, e che serve per separare il grano dalla pula: "la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo" (Giovanni 10:17), e come può "la fede degli eletti di Dio" (Tito 1:1) essere generata e rafforzata se si sopprime la verità dell'elezione? La divina predestinazione non prescinde dall'uso di mezzi, ma ne assicura la continuazione e l'efficacia. Dio si è impegnato ad onorare coloro che Lo onorano, ed è la predicazione che porta maggior gloria al Signore quella che Egli maggiormente benedice. Oggi questo non è sempre evidente, ma sarà reso pienamente manifesto nel Giorno che verrà, quando si vedrà quanto Cristianesimo sarà considerato oro, argento, pietre di valore, legno, fieno, paglia... (1 Corinzi 3:12). La salvezza e la conoscenza della verità sono inseparabilmente connesse. Dio infatti, "il quale vuole che tutti ... vengano alla conoscenza della verità" (1 Timoteo 2:4), ma com'è possibile giungere ad una conoscenza salvifica della verità, se la parte più vitale e basilare di essa viene loro celata?

Stimola alla santità. In sesto luogo, l'elezione deve essere predicata perché stimola alla santità. Quale più potente incentivo ci può essere alla pietà che un cuore sopraffatto dal senso della sovrana e stupefacente grazia di Dio! Il rendersi conto che Egli ha rivolto verso di me il Suo cuore dall'eternità rendendomi oggetto del Suo favore peculiare, che Egli mi ha scelto fra molti quando io non ero certamente degno di ricevere sguardo alcuno d'attenzione, che Egli mi ha scelto per farmi oggetto del Suo peculiare favore, affidandomi a Cristo, scrivendo il mio nome nel libro della vita e, a tempo opportuno, portandomi dalla morte alla vita concedendomi comunione vitale con il Suo caro Figlio, questo indubbiamente mi riempie di gratitudine e fa sì che io cerchi di onorarlo e di compiacergli. L'amore elettivo di Dio per noi, genera in noi amore sconfinato per Lui. Non c'è motivazione più dolce o più potente come la "costrizione" dell'amore di Dio: "infatti l'amore di Cristo ci costringe" (2 Corinzi 5:14).

Promuove lo spirito della lode. In settimo luogo, l'elezione deve essere predicata perché promuove lo spirito della lode. Dice l'Apostolo: "Ma noi dobbiamo sempre ringraziare Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio fin dal principio vi ha eletti a salvezza mediante la santificazione nello Spirito e la fede nella verità" (2 Tessalonicesi 2:13). Come potrebbe essere altrimenti? La gratitudine deve pure esprimersi nell'adorazione. Un senso della grazia elettiva e dell'amore eterno di Dio ci porta a benedirlo più di ogni altra cosa. Cristo stesso lodava e ringraziava il Padre per la Sua grazia discriminante: "Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli" (Matteo 11:25). La gratitudine del cristiano fluisce abbondante a causa dell'opera rigenerante e santificante dello Spirito; è attizzata nuovamente dall'opera redentrice ed intercessoria di Cristo; essa però si eleva ancora più in alto quando ne contempla ca causa prima - la sovrana grazia del Padre - che ha programmato l'intera nostra salvezza. Dato che l'elezione è motivo di grande rendimento di grazie verso Dio, essa deve essere liberamente predicata al Suo popolo.

Una dottrina atta a consolare

Rende stabile il cristiano. Il valore di questa dottrina benedetta appare in tutta la sua adeguatezza e sufficienza nello stabilire e stabilizzare il vero cristiano nella certezza della sua salvezza. Quando le anime rigenerate sono messe in grado di credere che la glorificazione degli eletti è così infallibilmente fissata negli eterni propositi di Dio che è impossibile che qualcuno di loro perisca, e quando essi sono posti scritturalmente in grado di percepire che essi stessi appartengono al popolo eletto di Dio, quanto rafforza e conferma questo la loro fede! Una tale sicurezza non è presuntuosa - sebbene qualsiasi altra lo possa certamente essere - perché la persona autenticamente convertita ha il diritto di considerare sé stessa appartenente a quella favorita compagnia, dato che lo Spirito Santo non vivifica altri se non quelli che erano stati predestinati dal Padre e redenti dal Figlio. Questa è "la speranza che non confonde" (Romani 5:5 NR), perché non potrà sortire in delusione se è coltivata da coloro nel cui cuore l'amore di Dio è sparso dallo Spirito Santo (Romani 5:5).

La santa certezza che sorge dalla fiduciosa comprensione di questa grandiosa verità è presentata con forza dall'Apostolo nei versetti finali del capitolo 8 di Romani. La ci assicura che: "...quelli che ha predestinati li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati li ha pure glorificati" (Romani 8:30). Un inizio di tal fatta assicura una tale fine: una salvezza che prende origine dal passato è resa compiuta nell'eternità futura. Da tali grandi premesse Paolo trae la sua conclusione: "Se Dio è per noi chi sarà contro di noi?" (v. 31), e ancora: "Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?" (v. 35). Se tali preziosi torrenti sorgono da questa fonte, quant'è grande la follia e quanto grave è il peccato di coloro che vorrebbero soffocare questa dottrina! La sicurezza eterna delle pecore di Cristo non può essere preservata in tutta la sua forza fintanto che non la fondiamo sui decreti di Dio.

Quanto atti a mettere in dubbio la loro perseveranza finale i credenti titubanti, perché le pecore (sia naturali che spirituali) sono timide e mancano di fiducia in sé stesse. Non è così per le capre selvatiche e testarde: conformemente al loro modello, queste ultime sono piene di fiducia carnale e di vanagloria. Il credente autentico, però, è consapevole della propria debolezza, vede la propria peccaminosità, si rende conto della sua incostanza ed instabilità. Non per nulla è scritto: "Adoperatevi al compimento della vostra salvezza con timore e tremore" (Filippesi 2:12). Inoltre, quando vedono che così tanti, avendo cominciato bene, non fanno più così, così tanti che dopo aver fatto una bella e promettente confessione "hanno fatto naufragio quanto alla fede" (1 Timoteo 1:19), la vista stessa della loro apostasia fa sì che essi mettano seriamente in questione la propria condizione e la loro fine ultima. E' per rendere stabile il loro cuore che Dio ha rivelato nella Sua Parola che coloro che sono posti in grado di vedere in sé i segni dell'elezione si rallegrino nella certezza della loro eterna beatitudine.

Consola il servitore di Dio. Rileviamo inoltre quale effetto stabilizzante abbia la comprensione di questa grandiosa per l'autentico servitore di Dio. Quante cose ci sono che lo potrebbero far scoraggiare: il piccolo numero di quelli che si avvalgono del suo ministero e l'opposizione a quelle porzioni della verità che maggiormente esaltano Dio ed abbassano l'essere umano, la scarsezza di frutti visibili del suo lavoro, l'accusa profferita da alcuni dei suoi superiori o amici più stretti che se continua su tali linee, si ritroverà ben presto con più nessuno che lo stia ad ascoltare, i suggerimenti di Satana che Dio stesso disapprova i suoi sforzi, che egli non sia altro che un fallimento e che farebbe bene a darsi ad altre attività: queste ed altre considerazioni ancora hanno la potente tendenza a riempirlo di sgomento o tentarlo di abbassare le vele e lasciarsi portare dalla corrente del sentimento popolare. Sappiamo di che cosa stiamo parlando, perché siamo personalmente passati attraverso questo sentiero pieno di spine.

A questo veleno di Satana, Dio, nella Sua grazia, ha provveduto un antidoto, un efficace cordiale atto a ravvivare gli spiriti abbattuti dei Suoi servitori dolorosamente provati. Qual è? La conoscenza che il loro Maestro non li ha inviati per scagliare le loro frecce per aria, ma per essere strumenti nelle Sue mani per portare a compimento i Suoi decreti eterni. Sebbene Egli li abbia inviati per predicare l'Evangelo a tutti coloro che sono disposti a prestare loro ascolto, Egli ha pure reso chiaro nella Sua Parola che non è nelle Sue intenzioni che essi tutti o gran parte di essi siano salvati attraverso tale attività. Egli ha reso noto che il Suo gregge è "un piccolo gregge" (Luca 12:32), che "anche al presente, c'è un residuo eletto per grazia" (Romani 11:5), che "molti" saranno trovati percorrere la via larga che conduce alla perdizione, e che solo "pochi" camminano sulla via stretta che conduce alla vita.

E' per chiamare fuori dal mondo questo residuo eletto e per pascerlo e renderlo stabile, che Dio principalmente utilizza i Suoi servitori. E' la debita comprensione e fede personale in questo che tranquillizza e stabilizza il cuore del ministro di Dio: nulla più di questo può farlo. Quando egli trova il suo riposo nella sovranità di Dio, nell'efficacia dei Suoi decreti, nell'assoluta certezza che i decreti di Dio saranno pienamente realizzati, che egli viene rassicurato che in qualunque cosa Dio lo abbia impiegato quel lavoro, grazie a Lui, sarà compiuto senza fallo e che nessuno, né uomo né diavolo, potrà impedire che si realizzi. Sgomentato dalla rovina che lo circonda, umiliato dai propri tristi fallimenti, ciononostante egli percepisce che i piani di Dio si realizzeranno in modo certo e sicuro, infallibilmente. Coloro che il Padre ha predestinato giungeranno alla fede ["tutti quelli che erano ordinati a vita eterna, credettero" (Atti 13:48)], coloro per i quali Cristo è morto saranno salvati ["Ho anche altre pecore, che non sono di quest'ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore" (Giovanni 10:16)], coloro che lo Spirito vivifica saranno efficacemente preservati fino alla fine ["E ho questa fiducia: che colui che ha cominciato in voi un'opera buona, la condurrà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù" (Filippesi 1:6)].

Quando un ministro di Dio riceve un messaggio da recapitare in nome del suo Maestro, egli può avere l'incrollabile fiducia nella Sua promessa: "...così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l'ho mandata" (Isaia 55:11), Essa "andrà a buon fine", non "forse andrà a buon fine"! Può darsi che essa non realizzi ciò che il predicatore vorrebbe o nella misura desiderata, ma non c'è in terra o all'inferno potere alcuno che possa impedire l'adempimento della volontà di Dio. Se Dio ha stabilito che una certa persona debba essere portata alla conoscenza salvifica della verità dopo aver udito un particolare sermone, non importa quanto immersa nel peccato quell'anima possa essere, o con quanta forza recalcitri contro i pungoli della sua coscienza, egli giungerà a dire, come l'antico Paolo, "Signore, che vuoi che io faccia?". Qui troviamo un sicuro punto di appoggio per il cuore del ministro di Dio. Qui è proprio dove Cristo stesso aveva trovato maggiore consolazione, perché quando le nazioni lo avevano disprezzato e respinto, Egli consolava Sé stesso con il fatto che: "Tutti quelli che il Padre mi dà verranno a me" (Giovanni 6:37).

Incoraggia la preghiera. Il valore di questa dottrina appare ancora nel fatto che essa provveda reale incoraggiamento ad anime che pregano. Non c'è nulla che possa promuovere uno spirito di santa audacia al trono della grazia di Dio quanto il rendersi conto che Dio è il nostro Dio e che noi siamo il popolo del quale Egli si prende cura. Essi sono il Suo tesoro particolare, la pupilla dei Suoi occhi, ed essi possono stare certi di avere anche le sue orecchie... "Dio non renderà dunque giustizia ai suoi eletti che giorno e notte gridano a lui? Tarderà nei loro confronti?" (Luca 18:7). Certamente Egli lo farà, perché essi sono i soli che Lo supplichino con umiltà, presentando a Lui le loro richieste in sottomissione al Suo sovrano beneplacito. O lettori miei, quando ci poniamo in ginocchio a pregare, non c'è nulla più del fatto che Dio ha rivolto verso di noi il Suo cuore dall'eternità che possa ispirarci fervore e fede. Dato che Dio ha scelto di amarci, forse che Egli rifiuterebbe di ascoltarci? Prendiamo coraggio, allora dalla nostra predestinazione per rendere le nostre suppliche ancora più intense.

"Sappiate che il SIGNORE si è scelto uno ch'egli ama; il SIGNORE m'esaudirà quando griderò a lui" (Salmo 4:3)."Sappiate che gli stolti non impareranno, e quindi essi devono sentirsi ripetere sempre le stesse cose, soprattutto quando si tratta di un'amara verità quella che si insegna loro, cioè il fatto che i pii sono gli eletti di Dio, e, per grazia peculiare, essi sono messi a parte e separati dal resto dell'umanità. L'elezione è una dottrina che la persona non rigenerata non può sopportare, ciononostante, essa è una verità gloriosa e ben attestata, una dottrina che dovrebbe consolare il credente quand'è tentato. L'elezione è la garanzia della salvezza compiuta, un argomento per aver successo presso al trono della grazia. Colui che ci ha scelti per Sé stesso certamente presterà ascolto alle nostre preghiere. Gli eletti di Dio non saranno condannati né il loro grido rimarrà inascoltato. Davide era re per decreto divino, e noi siamo il popolo del Signore nell'identica maniera. Diciamo allora in faccia ai nostri nemici che essi stanno combattendo contro Dio ed il destino, quando essi cercano di sovvertire la nostra anima" (C. H. Spurgeon).

Fornisce importante istruzione e guida alla preghiera. Non solo una conoscenza della verità fornisce incoraggiamento alle anime che pregano, ma essa fornisce pure importante istruzione e guida nel pregare stesso. Le nostre richieste dovrebbero essere in armonia con la verità divina. Se noi crediamo nella dottrina della predestinazione, noi dovremmo pregare in questa prospettiva. Il linguaggio che usiamo dovrebbe essere in accordo con il fatto che crediamo esistere una compagnia di persone scelte in Cristo già da prima della fondazione del mondo, e che era per loro, e solo per loro, che Egli ha sofferto ed è morto. Se noi crediamo nella redenzione particolare (piuttosto che nella riconciliazione universale) noi dovremmo implorare il Signore Gesù ed intercedere per coloro che Egli si è acquistato con il travaglio della Sua anima. Questo ci permetterà di avere nella nostra mente una giusta comprensione della realtà e sarà di esempio appropriato anche per altri che ci ascoltano.

Ai nostri giorni si sentono nelle preghiere di molti espressioni davvero deplorevoli, del tutto ingiustificabili, sì, che sono totalmente opposte alla volontà o Parola di Dio. Quanto spesso dal pulpito moderno si elevano preghiere per la salvezza di tutti i presenti e il capofamiglia chiede che nessuno nella sua casa sia escluso dalla gloria eterna. A che scopo tutto questo? Forse che stiamo dando istruzioni al Signore su chi salvare? Non equivocate questo, non siamo contro al pastore che preghi per la sua comunità, per i suoi genitori o per la sua famiglia; ciò che contestiamo è quel pregare che sia in diretta opposizione alla verità dell'Evangelo. La preghiera deve essere subordinata ai divini decreti, altrimenti ci renderemmo colpevoli di ribellione. Quando preghiamo per la salvezza di altri, dovrebbe essere sempre con la riserva "se essi sono fra i Tuoi eletti", o "se questa è la Tua volontà sovrana", o altre simili riserve.

Il Signore Gesù Cristo in questo ci ha lasciato un perfetto esempio - in questo come per qualsiasi altra cosa. Nella Sua grande preghiera sacerdotale riportata in Giovanni 17 Egli dice: "Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per quelli che tu mi hai dati, perché sono tuoi" (v. 9). Il Signore Gesù conosceva tutta la buona volontà e il compiacimento del Padre verso i Suoi eletti. Egli sapeva che l'atto dell'elezione era sovrano ed irreversibile - questo era chiaro nella Sua mente. Egli stesso sapeva di non potere aggiungere agli eletti una sola persona in più. Egli sapeva di essere stato inviato dal Padre a vivere ed a morire per loro, e solo per loro. E in perfetto accordo con questo Egli dichiara: "Io prego per loro; non prego per il mondo". Se Cristo stesso ha lasciato fuori dalla Sua preghiera "il mondo", se Egli non ha pregato per i non eletti, nemmeno dovremmo farlo noi! Dobbiamo imparare da Lui e seguire le Sue impronte, e, invece di esserne risentiti, essere contenti di come la sovrana volontà di Dio si compiace di fare.

Essere sottomessi alla volontà di Dio è la lezione più difficile che dobbiamo imparare. Per natura noi siamo determinati a fare la nostra propria volontà e siamo risentiti di tutto ciò che non sembra assecondarla. Quando i nostri piani sono sconvolti, quando le nostre speranze più care sono infrante, quando i nostri idoli sono abbattuti, questo suscita l'inimicizia della carne. E' necessario un miracolo della grazia per portarci ad accettare ciò che Dio si è compiaciuto di darci, per dire di tutto cuore: «Egli è il SIGNORE: faccia quello che gli parrà bene» (1 Samuele 3:18). Per fare accadere questo miracolo, Dio si avvale di mezzi. Egli imprime sul nostro cuore un senso efficace della Sua sovranità, così che siamo portati a renderci conto che Egli ha diritto assoluto e senza riserve a fare con le Sue creature tutto ciò che Egli ritiene meglio. Nessun'altra verità ha una maggiore influenza nell'insegnarci questa lezione vitale che la dottrina dell'elezione. Una conoscenza salvifica del fatto che Dio ci ha eletto a salvezza genera in noi la disponibilità verso di Lui, in tutto ciò che ci riguarda, a dire: "Non la mia volontà, ma la tua sia fatta" (Luca 22:42).

Ora, sulla base di tutte queste considerazioni, chiedo al lettore se non sia forse vero che la dottrina dell'elezione debba essere chiaramente e liberamente proclamata? Se la Parola di Dio ne è colma, se l'Evangelo non può essere predicato in modo scritturale senza di essa, se la grazia di Dio non può essere mantenuta quando essa è soppressa, se la sua proclamazione abbassa l'essere umano fino nella polvere, se è il mezzo divinamente designato della fede, se è un potente incentivo per la promozione della verità, se sollecita l'anima allo spirito della lode, se stabilisce il cristiano nella certezza della sua eterna sicurezza, se fornisce stabilità al servitore di Dio, se supplisce incoraggiamento alle anime che pregano e preziose istruzioni per la preghiera stessa, se opera in noi dolce sottomissione alla volontà di Dio; allora rifiutarsi di dare ai figli di Dio questo prezioso pane semplicemente per paura che i cani lo addentino e ce lo portino via, oppure privare il gregge di questo essenziale ingrediente del loro nutrimento semplicemente perché le capre non lo digeriscono, sarebbe veramente assurdo.

In che modo questa dottrina dovrebbe essere resa pubblica?

Ora, in conclusione, poche parole su come questa dottrina dovrebbe essere pubblicata.

  1. In quanto dottrina fondamentale. In primo luogo, essa dovrebbe essere essere predicata in quanto dottrina di base, fondamentale. Non si tratta di una dottrina accidentale o secondaria, ma una dottrina che ha importanza fondamentale, e quindi non dovrebbe essere lasciata in un angolo e trattata il più rapidamente possibile e con una sorta di vergogna "se c'è tempo". La predestinazione si pone al fondamento stesso dell'intero schema della grazia di Dio. Questo è chiaro da Romani 8:30, dove essa è menzionata prima della chiamata efficace, della giustificazione e della glorificazione: "...e quelli che ha predestinati li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati li ha pure glorificati". E' chiaro ancora dall'ordine seguito da Efesini 1, dove l'elezione (v. 4) precede l'adozione, la nostra accoglienza nell'amato Figlio di Dio, e al nostro avere redenzione nel Suo sangue (vv. 5-7). Il ministro di Dio, quindi, deve rendere chiaro a chi l'ascolta che Dio prima ha scelto un popolo per essere il Suo particolare tesoro, e poi ha mandato Suo Figlio per redimerli dalla maledizione della legge infranta, ed ora Egli dona il Suo Spirito per vivificarli e per portarli alla gloria eterna.
  2. Deve essere predicata senza paura. In secondo luogo questa dottrina deve essere predicata senza timore. I servitori di Dio non devono lasciarsi intimidire né lasciarsi dissuadere dall'adempiere a questo compito da una qualsiasi forma di opposizione. Il ministro dell'Evangelo è così esortato: "Sopporta anche tu le sofferenze, come un buon soldato di Cristo Gesù" (2 Timoteo 2:3). Soldati che hanno paura del nemico o che fuggono davanti ad esso, non rendono un buon servizio al loro re. Lo stesso vale per coloro che sono ufficiali del Re dei re. Quanto era coraggioso al riguardo l'apostolo Paolo! Quanto valorosi erano per la verità Lutero e Calvino; e i migliaia di credenti che sono stati bruciati sul rogo per aver aderito a questa dottrina. Che nessuno di coloro che Cristo ha chiamato a predicare l'Evangelo nasconda questa verità per timore dell'uomo, perché il Maestro ha detto chiaramente: "Se uno si sarà vergognato di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui quando verrà nella gloria del Padre suo con i santi angeli" (Marco 8:38).
  3. Deve essere predicata umilmente. In terzo luogo, deve essere predicata umilmente. Essere intrepidi non significa dover essere predicata ampollosamente, in modo esagerato. Quando il ministro di Dio si trova davanti al suo popolo essi devono percepire dal suo comportamento che egli è giunto loro dopo essere stato nella camera delle udienze dell'Altissimo, che il timore di Jahvè è nella sua anima. Predicare sulla sovranità di Dio, sui Suoi eterni decreti, sul Suo eleggere alcuni e passare oltre ad altri, è questione troppo solenne per essere portata avanti nell'energia della carne. C'è una felice via di mezzo fra un atteggiamento servile e pieno di scuse e l'adottare lo stile di uno spavaldo piazzista. La serietà non deve degenerare in volgarità. E' con "mansuetudine" che dobbiamo istruire gli oppositori: "...Deve istruire con mansuetudine gli oppositori nella speranza che Dio conceda loro di ravvedersi per riconoscere la verità" (2 Timoteo 2:25).
  4. Deve essere predicata in modo equilibrato. In quarto luogo, l'elezione deve essere predicata in modo proporzionato. Sebbene il fondamento è della massima importanza, esso è di poco valore se su di esso non si edifica una sovrastruttura. La pubblicazione dell'elezione deve aprire la strada alle altre verità cardinali dell'Evangelo. Se si predica una qualsiasi dottrina in modo esclusivo, essa è distorta. Bisogna preservare il necessario equilibrio nella nostra presentazione della verità. Sebbene nessuna parte di essa debba essere omesso, nessuna parte deve pure ricevere indebita prominenza. E' un grande errore suonare l'arpa pizzicando solo una corda. La responsabilità umana deve essere presentata in modo altrettanto forte della sovranità di Dio. Se da un canto il ministro di Dio non deve lasciarsi intimidire dagli arminiani, d'altro canto non deve nemmeno fare il verso agli iper-calvinisti, che fanno obiezioni all'appello rivolto ai non convertiti di ravvedersi e di credere all'Evangelo ["Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; ravvedetevi e credete al vangelo" (Marco 1:15)].
  5. In modo esperienziale. In quinto luogo, la dottrina dell'elezione deve essere predicata in modo esperienziale. Questo è il modo in cui gli apostoli ne trattavano, com'è chiaro nell'esortazione: "Perciò, fratelli, impegnatevi sempre di più a render sicura la vostra vocazione ed elezione; perché, così facendo, non inciamperete mai" (2 Pietro 1:10). Come possiamo fare questo, però, se non veniamo istruiti sulla dottrina dell'elezione, istruiti sulla sua natura e sull'uso che dobbiamo farne? La verità dell'elezione può essere di scarso conforto per un credente, a meno che non abbia la fondata certezza che egli sia uno del popolo eletto di Dio; e questo è possibile solo accertandoci di possedere (in una qualche misura) i segni scritturali di appartenenza al gregge di Cristo. Dato che su questo punto del nostro argomento abbiamo già trattato in modo esteso, non aggiungeremo qui altro.

Possa il Signore usare queste parole per la Sua gloria e per la benedizione dei Suoi cari santi.


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Perciò io dichiaro quest'oggi di essere puro del sangue di tutti