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4. L'elezione: la sua giustizia


In qualche modo contro le mie stesse inclinazioni, ho deciso di allontanarmi ancora dal metodo logico scelto per la mia esposizione e, invece di procedere subito a sviluppare ordinatamente questa dottrina, faccio un'ulteriore pausa per considerare l'obiezione principale che ad essa viene opposta. Capita sempre, infatti, quando si presenta Dio nell'atto di scegliere certe Sue creature per farle oggetto dei Suoi speciali favori, che si oda subito un generale grido scandalizzato di protesta. Non importa quanti testi biblici si citino per sostenere questo punto né quanti chiari brani si adducano per illustrarlo e dimostrarlo, la maggior parte di coloro che si professano cristiani obiettano a viva voce, accusandoci e dicendo come un tale insegnamento diffami il carattere di Dio, rendendo Dio colpevole di grossolana ingiustizia. E' quindi necessario, per risolvere questa difficoltà, prima di procedere ulteriormente nel tentativo di fornire un'esposizione sistematica di questa dottrina, dare una risposta a chi la critica in questi termini.

In un tempo come il nostro, dove sono ampiamente proclamati i principi della democrazia e dove socialismo e comunismo sembrano essere considerati da molti l'apice del progresso umano; in un tempo in cui l'autorità umana e la sovranità sono sempre di più disprezzati; in un tempo in cui è abitudine comune "disprezzare l'autorità e parlare male delle dignità" (Giuda 8), non fa tanta meraviglia che tanti che apertamente rigettano l'autorità delle Sacre Scritture si ribellino contro la pretesa "parzialità di Dio". E' però sconvolgente in modo indicibile trovare pure come la maggior parte di coloro che fanno professione di ricevere le Sacre Scritture come divinamente ispirate, digrignino i denti contro il loro Autore quando vengono informati che Egli ha sovranamente eletto un popolo come Suo particolare tesoro e udirli accusarlo di dimostrarsi, per questo ,un odioso tiranno, un mostro di crudeltà. Tali bestemmie, però, solo mostrano come "la mente carnale è inimicizia contro Dio".

Non è perché io abbia speranza alcuna di convertire tali ribelli dall'errore delle loro vie che mi sento costretto a rilvare questo aspetto del tema in discussione - anche se Dio si potrebbe compiacere, nella Sua grazia infinita, di avvalersi di questo mio debole scritto per illuminare e convincere qualcuno di loro. No, vorrei piuttosto aiutare coloro che, fra il popolo di Dio, sono turbati dalle farneticazioni dei Suoi nemici e non sanno come rispondere alle loro obiezioni. Come rispondere, infatti, a coloro che dicono che se Dio opera una sovrana selezione fra le Sue creature e le predestina alle benedizioni che nega ad innumerevoli milioni di loro compagni, allora tale parzialità Lo renderebbe colpevole di essere ingiusto verso questi ultimi? Il fatto però è evidente e li guarda in faccia da ogni lato, sia nella creazione che nella provvidenza: Dio distribuisce le Sue misericordie in modo non uniforme. Non c'è, infatti, alcuna uguaglianza nel modo in cui Dio impartisce salute fisica e forza, capacità mentali, status sociale e i comfort di questa vita. Perché mai, allora, dovremmo essere sorpresi e confusi nell'apprendere che le Sue benedizioni spirituali siano distribuite in modo altrettanto non uniforme?

Prima di procedere oltre, dobbiamo rilevare come il disegno di ogni falso schema e sistema di religione sia quello di dipingere il carattere di Dio in modo tale da renderlo gradevole ai gusti del cuore carnale, accettabile alla natura umana depravata. Questo è possibile quando si rappresenta Dio in modo tale da travisare il Suo carattere: ignorando quelle Sue prerogative e perfezioni che non ci piacciono e suscitano le nostre obiezioni e, nel contempo, mettere in rilievo, in modo sproporzionato quei Suoi attributi che il nostro egocentrismo trova attraenti - come l'amore, la misericordia e la longanimità. Dobbiamo far sì, però, che il carattere di Dio sia presentato come di fatto lo troviamo nelle Sacre Scritture, sia dell'Antico come del Nuovo Testamento. Questo, però, sembra che non sia gradito: nove su dieci di quelli che "vanno in chiesa", se sollecitati, ammetteranno francamente che "quel Dio" per loro è "impossibile da amare". Il dato di fatto, caro lettore, è incontrovertibile: per l'attuale generazione l'Iddio altissimo che si rivela nelle Sacre Scritture rimane "il Dio sconosciuto".

E' solo perché gran parte della gente oggi è così ignorante del carattere di Dio e così priva di santo timor di Dio che essa rimane all'oscuro della natura e gloria della giustizia divina, mettendola in dubbio. La nostra è un'epoca di sfacciata irriverenza: un epoca dove grumi di argilla inanimata, come noi siamo, osano prescrivere ciò che l'Onnipotente dovrebbe o non dovrebbe fare. I nostri padri hanno seminato vento ed oggi i loro figli raccolgono tempesta. I padri hanno deriso e squalificato il "divino diritto dei re" ed oggi i loro discendenti ripudiano "il divino diritto del Re dei re".Se i presunti "diritti" della creatura non sono "rispettati", allora i nostri contemporanei non avranno nemmeno rispetto per il Creatore, e se si insiste sulla suprema sovranità ed assoluto dominio di Dio su tutto e tutti, essi non esiteranno a vomitare le loro condanne contro di Lui. «Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi» (1 Corinzi 15:33): il popolo di Dio corre il rischio di essere infettato dal gas venefico che riempie l'aria del mondo religioso.

Non solo l'atmosfera miasmica che si respira nella maggior parte delle "chiese" è una seria minaccia per il cristiano, ma c'è in ciascuno di noi una seria tendenza a "umanizzare" Dio: a considerare le Sue perfezioni attraverso le nostre lenti intellettuali, piuttosto che quelle della Scrittura; interpretare i Suoi attributi come qualità umane. Era proprio di questo che Dio anticamente si lamentava quando diceva: "Hai fatto queste cose, io ho taciuto, e tu hai pensato che io fossi come te; ma io ti riprenderò, e ti metterò tutto davanti agli occhi" (Salmo 50:21). Questo è un solenne avvertimento da prendere molto a cuore. Ciò che intendiamo dire è questo: quando leggiamo della misericordia o della giustizia di Dio, tendiamo a pensare che siano secondo le qualità della misericordia e della giustizia umana. Si tratta, però, di un grave errore. L'Onnipotente non può essere misurato secondo i criteri umani. Egli è infinitamente al di sopra di noi, tanto che ogni paragone è del tutto impossibile. E' quindi il massimo della follia per una qualsiasi creatura, limitata com'è, sedere in giudizio e mettere in discussione ciò che fa Jahvè.

Un'altra cosa: dobbiamo stare molto in guardia per evitare la follia di fare distinzioni e graduatorie fra le divine perfezioni. Per esempio: è del tutto sbagliato supporre che Dio sia più glorioso nella Sua grazia e misericordia di quanto Egli lo sia nella Sua potenza e maestà. Questo errore, però, è molto comune. Molti esprimono verso Dio maggiore gratitudine quando li benedice con buona salute più di quanto lo siano per aver loro annunciato l'Evangelo. Ne consegue forse che la bontà di Dio nel concedere cose materiali sia più grande che la Sua bontà nel concedere benedizioni spirituali? Certo che no. La Scrittura spesso parla della sapienza e della potenza di Dio manifestata nella creazione, ma dov'è che ci vien detto della Sua grazia e misericordia nel creare il mondo? Se quindi noi comunemente "ci dimentichiamo" di glorificare Dio per la Sua sapienza e potenza, ne consegue forse che per esse Egli non debba essere così tanto adorato? Stiamo in guardia contro l'errore di esaltare una delle perfezioni divine rispetto alle altre.

Che cos'è la giustizia? E' trattare ogni persona in modo equo e giusto, dandole ciò che le è dovuto. La giustizia divina è semplicemente fare ciò che è giusto. Questo, però, solleva la questione: che cos'è giusto verso la creatura? Che cos'è che Dio dovrebbe giustamente impartirle? Ah, caro amico, ogni persona dalla mente sobria, subito obietterà all'udire quel "dovrebbe", e fa bene a farlo. Il Creatore non "deve" proprio nulla a nessuna delle opere delle Sue mani. Egli solo ha diritto di decidere se una creatura debba o non debba esistere. Egli solo ha la prerogativa di determinare la natura, la condizione ed il destino di quella creatura, sia essa un animale, un essere umano o un angelo; sia che abbia un anima e sussista per sempre oppure senza un anima e duri solo un breve tempo; sia essa un vaso ad onore che porta in comunione con Sé stesso, che un vaso a disonore che Lui respinge.

Il Creatore possiede perfetta libertà di creare o non creare, di portare all'esistenza qualunque creatura Egli si compiaccia di creare (e una visita allo zoo dimostrerà come Egli abbia creato sia creature dall'apparenza magnifica, sia creature parecchio strane). Egli ha quindi l'insindacabile diritto di decretare, al riguardo di queste creature, ciò che a Lui piace. La giustizia di Dio nell'elezione e nella preterizione, quindi, è radicata nella Sua suprema sovranità. La dipendenza che ogni creatura ha da Lui è completa. Il Suo diritto di proprietà sulle Sue creature è indisputabile. Il Suo dominio su tutte le creature è assoluto. Questi fatti sono chiaramente stabiliti dalle Scritture - e dimostrare questo completamente è cosa molto semplice - che diritto ha una creatura di dire a chi l'ha fatta: Che hai fatto? o perché mi hai fatto così? Nessuno. "O uomo, chi sei tu che replichi a Dio? La cosa plasmata dirà forse a colui che la plasmò: «Perché mi hai fatta così?» Il vasaio non è forse padrone dell'argilla per trarre dalla stessa pasta un vaso per uso nobile e un altro per uso ignobile?" (Romani 9:20-21). Invece dessere il Creatore in obbligo alcuno verso le Sue creature, è la creatura che è in obbligo verso Colui che le ha dato l'esistenza e che ora sostiene la stessa sua vita. Dio ha il diritto assoluto di fare ciò che vuole con le creature che Egli ha formato,

Che abbiamo dunque da contestare se Egli dà ad uno e non dà ad un altro, se Egli impartisce cinque talenti ad uno ed uno soltanto ad un altro? Non Lo si può minimamente accusare di ingiustizia. Se Egli può dare grazia e gloria a chi vuole senza essere passibile di tale accusa,, allora Egli pure può decretare di fare così senza essere accusato d'alcunché. Forse che noi possiamo essere accusati di ingiustizia quando scegliamo chi avere per amico, compagno o confidente? Ovviamente, allora, Dio non è ingiusto quando sceglia a chi conferire i Suoi speciali favori, indulgere in comunione con Sé stesso ora e dimorare con Lui per tutta l'eternità. Un uomo può scegliere la donna che vorrebbe sposare? Quando fa la sua scelta, è forse questo un'ingiustizia verso tutte le altre donne alle quali è passato oltre senza sceglierle? Allora, il grande Iddio è forse meno libero di fare la Sua scelta di chi dare come sposa a Suo Figlio? Vergogna, vergogna, vergogna a coloro che vorrebbero accordare meno libertà al Creatore che alla creatura!

Basterebbe rifletterci un po' e dovrebbe essere evidente a tutti come non vi possa essere parità fra la giustizia umana e quella divina. La giustizia umana esige che noi diamo a ciascuno ciò che gli è dovuto, mentre Dio non deve niente a nessuno, nemmeno ciò che Egli si compiace di dargli. Nella sua rispettosissima discussione sulla natura degli attributi di Dio, William Twisse (Moderatore dell'Assemblea di Westminster, 1578-1646) rileva che se la giustizia umana fosse della stessa natura di quella divina allora necessariamente ne conseguirebbe: (1) che ciò che è giusto per l'uomo è giusto per Dio; (2) che essa debba essere giusta allo stesso modo. Se la giustizia umana consiste nella sottomissione ed ubbidienza alla legge di Dio, così Dio stesso deve essere soggetto alla Sua stessa legge; (3) come un uomo è in obbligo di essere giusto, così Dio è in obbligo di essere giusto, e quindi come Saul aveva peccato ed aveva agito ingiustamente nel far uccidere i sacerdoti, così Dio è stato ugualmente ingiusto a permetterlo.

A meno che la perversità del cuore non accechi il giudizio, si può facilmente comprendere come la giustizia divina debba essere necessariamente d'ordine e carattere diverso da quello umano, anzi, differente e superiore così come l'amore di Dio lo è rispetto a quello umano. Tutti concordano sul fatto che una persona agisca ingiustamente e pecchi quando tollera le trasgressioni di qualcuno quando sarebbe in suo potere di impedirgli di farlo. Se la giustizia divina fosse dello stesso tipo, sebbene superiore in grado, ne conseguirebbe necessariamente che Dio pecca ogni qual volta Egli permette ad una delle Sue creature di trasgredire la legge, perché più che certamente avrebbe la capacità di impedirglielo e che, anzi, può esercitare quel potere senza distruggere la libertà della sua creatura: "Dio gli disse nel sogno: 'Anch'io so che tu hai fatto questo nella integrità del tuo cuore: ti ho quindi preservato dal peccare contro di me; perciò non ti ho permesso di toccarla'" (Genesi 20:6). Cessate, dunque, voi ribelli di accusare l'Altissimo e di misurare la Sua giustizia con il vostro metro tascabile, come pure dal cercare di sondare la Sua sapienza o definire la Sua potenza, dato che essa comprende la Sua imperscrutabile giustizia. "Nuvole e oscurità lo circondano" e questo è affermato espressamente in connessione con: "giustizia ed equità sono le basi del suo trono" (Salmo 97:2).

Per evitare che qualche mio lettore sollevi obiezioni alle mie ripetute citazioni di Twisse, un calvinista piuttosto radicale, citerò il più moderato James Ussher: "Che cos'è la giustizia divina? E' essenzialmente una proprietà di Dio per la quale Egli è infinitamente giusto in Sé stesso, di Sé stesso, per, da e attraverso Sé stesso e nessun altro: 'Poiché il SIGNORE è giusto; egli ama la giustizia" (Salmo 11:7). Qual è la regola della Sua giustizia? Risposta: la Sua libera volontà e nient'altro, perché tutto ciò che vuole è giusto. E' giusto proprio perché Egli lo vuole, non perché sia giusto e quindi Egli lo vuole (Efesini 1:11; Salmo 115:3)". Uomini come questi erano consapevoli della loro ignoranza, per questo imploravano il cielo di ricevere istruzione, e Dio si è compiaciuto di accordare loro visione chiara. I farisei gonfi di orgoglio dei nostri giorni, però, ritengono già di vederci e quindi non sentono alcun bisogno di essere illuminati. Di conseguenza rimangono ciechi (Giovanni 9:40-41).

Così pure il giustamente famoso maestro William Perkins scrive: "Non dobbiamo pensare che Dio faccia una cosa perché buona e giusta, ma piuttosto la cosa è buona e giusta proprio perché Dio la vuole e la fa. Esempi di questo li troviamo nella Parola di Dio. Dio comanda ad Abimelech di liberare Sara e riconsegnarla ad Abraamo, altrimenti avrebbe distrutto lui e tutti i suoi (Genesi 20:7). Per la ragione umana questo potrebbe sembrare ingiusto. Perché mai i servi di Abimelech avrebbero dovuto morire a causa delle colpe del loro padrone? Troviamo poi che Acan commette una grave infedeltà verso Dio e tutta la casa di Israele ne subisce le conseguenze (Giosuè 7). Davide fa il censimento del popolo, cosa che Dio gli aveva proibito, e l'intero popolo viene colpito da un'epidemia di peste (2 Samuele 24). Tutto questo, per la ragione umana, può sembrare ingiusto, eppure, essendo opera di Dio, dobbiamo averne ogni rispetto e giudicarlo giusto e santo". Ahimè, quanto poca di questa umiltà può essere trovata oggi nelle chiese! Quanto presto la nostra generazione critica e condanna le vie e le opere di Dio perché le ritiene convenienti!

Quant'è lontana dalla verità la maggior parte di coloro che sono considerati oggi "campioni di ortodossia": anche essi sono spesso colpevoli di capovolgere le cose o mettere il carro davanti ai buoi. Essi presumono comunemente che Dio stesso sia sottoposto alla legge, che Egli sia moralmente costretto a fare quel che fa, tanto che non potrebbe - a loro dire - fare altrimenti. Altri avvolgono le loro parole in termini più sofisticati, insistendo che sia la Sua stessa natura a regolare tutte le Sue azioni. Non si tratta, però, che di un abile sotterfugio. E' forse per una necessità della Sua natura o per il libero esercizio della Sua sovranità che Egli impartisce favori alle Sue creature? A questo la Scrittura risponde: "Così dunque egli fa misericordia a chi vuole e indurisce chi vuole" (Romani 9:18). O mio lettore, se è la Sua natura ad obbligarlo a manifestare misericordia salvifica verso qualcuno, allora, per parità di ragioni, Egli sarebbe pure obbligato a manifestare misericordia a tutti, e quindi a portare al ravvedimento, alla fede ed all'ubbidienza, ogni creatura decaduta. Basta, però, con queste cose insensate.

Affrontiamo ora questo aspetto del nostro tema da un'angolatura completamente differente. Come ci potrebbe mai essere ingiustizia in Dio quando Egli elegge qualcuno a salvezza, quando, se non l'avesse fatto, tutti sarebbero inevitabilmente periti, sia angeli che creature umane? Questa non è affatto una nostra deduzione o invenzione, perché la Scrittura dichiara espressamente: "Se il Signore degli eserciti non ci avesse lasciato una discendenza, saremmo diventati come Sodoma e saremmo stati simili a Gomorra" (Romani 9:29). Neppure una delle creature razionali di Dio, celesti o terrestri, sarebbero mai state eternamente ed efficacemente salvate indipendentemente dalla divina elezione. Sebbene sia angeli che umani fossero stati creati in condizione di perfetta santità, essi erano creature mutevoli, suscettibili di cambiamento e caduta. Sì, in quanto il loro perseverare nella santità dipendeva dall'esercizio della loro volontà, se Dio non si fosse compiaciuto di preservarli, la loro caduta sarebbe stata certa.

"Ecco, Dio non si fida dei suoi servi, e trova difetti nei suoi angeli" (Giobbe 4:18). Gli angeli erano perfettamente santi, eppure Dio non dà loro altra assistenza che quella di cui erano stati dotati al momento della loro creazione. Egli "non si fida" di loro, della loro condizione. Se essi fossero santi oggi, sarebbero suscettibili di peccato domani. Se Dio li avesse mandati in giro per questo mondo, sarebbero potuti decadere prima di ritornare in cielo. I "difetti" che Dio imputa loro nel brano or ora citato non è altro che la loro mutabilità creaturale. Per loro, mantenere la loro santità immutabilmente per l'eternità, senza pericolo di perderla, era qualcosa di assolutamente superiore alle loro possibilità creaturali. Per loro, quindi, essere immutabilmente preservati non poteva che essere una grazia che scaturiva da una fonte diversa e più alta del patto d'opere o delle loro dotazioni naturali: è l'elezione della grazia, una grazia che si pone al di là della dimensione creaturale.

E' stato bene che Dio, fin dall'inizio rendesse manifesto l'infinito divario esistente fra la creatura ed il Creatore. Dio solo è immutabile, infatti, presso di Lui "non c'è variazione né ombra di mutamento" (Giacomo 1:17). E' stato bene, dunque, che Dio ritirasse la Sua mano preservatrice da coloro che aveva creati giusti, cosicché apparisse che la creatura più elevata che c'era (Satana, "un cherubino unto, un protettore", Ezechiele 28:14 ND) era mutevole e sarebbe inevitabilmente caduta in peccato se fosse stata lasciata all'esercizio del proprio libero arbitrio. Di Dio solo può essere affermato che "Dio non può essere tentato dal male" (Giacomo 1:13). La creatura, benché santa, può essere tentata a peccare, cadere ed essere irrimediabilmente perduta. La caduta di Satana, poi, aveva aperto la via per mettere sempre meglio in evidenza l'assoluta necessità della grazia selettiva - l'impartire alle creatura l'immagine della stessa immutabile santità di Dio.

A causa della condizione di mutabilità della creatura, Dio prevedeva che se tutte le Sue creature fossero lasciate a condursi secondo la loro volontà, esse sarebbero state in continuo pericolo di cadere: Egli, dunque, stabilisce un'elezione di grazia per eliminare ogni rischio dal caso dei Suoi eletti. Questo sappiamo da ciò che è rivelato della loro storia. Giuda fa riferimento agli "angeli che non conservarono la loro dignità e abbandonarono la loro dimora" (Giuda 6) ed il resto d'essi avrebbero, presto o tardi fatto lo stesso se fossero stati lasciati alla mutevolezza della loro volontà. Lo stesso si prova con Adamo ed Eva: entrambi danno evidenza della loro mutabilità delle loro volontà cadendo nell'apostasia: Di conseguenza, Dio, prevedendo tutto questo, si costituisce "una riserva" (Romani 11:4, spiegato nel vers. 5 come "elezione") provvedendosi "un resto" da benedire e che per l'eternità a sua volta l'avrebbe benedetto. Elezione e grazia preservante non devono mai essere separate.

Fin ora abbiamo rilevato in primo luogo che la giustizia divina è d'ordine e carattere interamente differente dalla giustizia umana; in secondo luogo, che la giustizia divina è fondata sul sovrano dominio di Dio su tutte le opere delle Sue mani, essendo l'esercizio della Sua suprema volontà. In terzo luogo, che il Creatore non deve assolutamente nulla alla creatura, nemmeno ciò che Egli si compiace di darle: è la creatura ad essere permanentemente in obbligo verso Dio. In quarto luogo, che tutto ciò che Dio vuole ed opera è giusto e ad esso bisogna rispettosamente sottomettersi e Lui sempre adorare. In quinto luogo, che è impossibile accusare Dio d'ingiustizia quando elegge certuni ad essere oggetto della Sua stupefacente grazia, dato che, indipendentemente da essa, tutti sarebbero eternamente periti. L'argomento è molto profondo: cerchiamo ora di scendere ad un livello più basso ma, ciononostante, semplice. Contempliamo l'elezione divina in connessione con il genere umano decaduto in Adamo.

Se in Dio non c'è alcuna ingiustizia quando sceglie di accordare ad alcuni uno speciale favore e benedizione eterna dato che Egli considera le Sue creature nell'ottica del Suo proposito di creare, certamente non c'è alcuna ingiustizia nel Suo determinare di manifestare loro misericordia, dato che Egli li ha visti anticipatamente nella massa della rovinata razza d'Adamo. Infatti, così come una creatura priva di peccato non può pretendere nulla dal suo Creatore, dipendendo interamente dalla Sua carità, allora, più che certamente, una creatura decaduta ha titolo di ricevere nulla di buono dalle mani del suo offeso Giudice.

Questa è l'angolatura dalla quale dobbiamo guardare il nostro tema. L'essere umano decaduto è un criminale, un fuorilegge e, se si dovesse applicare rigorosamente la giustizia, dovrebbe ricevere ciò che meritano le sue iniquità. Questo, però, non significherebbe altro che castigo eterno, perché le sue trasgressioni implicano una colpevolezza infinita.

Prima però di approfondire ciò che abbiamo appena detto, bisogna pure rilevare che se la sola speranza per una creatura santa si trova nella grazia selettiva di Dio, allora questo è doppiamente il caso per uno che sia non santo e totalmente depravato. Se un angelo santo è in costante pericolo, incapace di conservare la sua purezza, a causa della mutevolezza della sua natura e della volubilità della sua volontà, che si potrebbe dire di una creatura non santa? Che cosa? Non meno che questo: l'essere umano decaduto ha una natura confermata nel male e quindi la sua volontà non ha più la capacità di volgersi a ciò che è spirituale, sì, è inclinata in modo inveterato contro Dio. Il suo caso, quindi, è del tutto ed eternamente privo di speranza, a meno che Dio, nella Sua grazia sovrana. non si compiaccia di salvarlo da sé stesso.

Che i predicatori chiaccherino fin che vogliono sulle presunte capacità inerenti all'essere umano, la libertà della sua volontà, e la sua capacità per il bene, eppure è somma follia ignorare il fatto molto serio della Caduta, La differenza e lo svantaggio fra il nostro caso e quello di Adamo prima della Caduta, può essere a mala pena immaginata. Invece che di una perfetta santità che possiede ed inclina la nostra mente e volontà, come faceva la sua, nel nostro cuore non esiste più un tale principio vitale. Al contrario, c'è una totale disabilità verso ciò che è spirituale e santo, anzi, un'inimicizia e contrarietà verso di esso. "Gli uomini errano, non conoscendo la forza del peccato originale, né la profondità di corruzione che c'è nel loro cuore. La volontà umana ora è prima e principale sede del peccato. Il peccato è là seduto come su di un trono (Thomas Goodwin). Non considereremo nemmeno gli aiuti che potrebbero esserci proposti dall'esterno. perché quel che serve è una nuova creazione.

Non importa quanta istruzione una persona riceva o quante persuasive esortazioni le si presentino, un etiope non può cambiare la sua pelle. Né la luce naturale, né la persuasione e nemmeno le operazioni generali dello Spirito Santo possono alcunché se Dio, al di sopra ed oltre ad esse, non impartisca un nuovo principio di santità nel cuore. Si legga Esodo 20 e Deuteronomio 5: quali stupefacenti e gloriose manifestazioni di Sé stesso Dio aveva concesso ad Israele al Sinai: forse che questo era stato sufficiente per trasformare il loro cuore ed inclinare la loro volontà ad ubbidirgli? Poi si leggano per esteso i quattro vangeli e si contempli il Figlio di Dio fattosi uomo venuto a dimorare tra di noi, non come giudice, ma come benefattore - che andava attorno facendo del bene, nutrendo gli affamati, guarendo i malati, proclamando l'Evangelo: forse che questo aveva intenerito il loro cuore conquistandoli a Dio? No, essi lo odiano e Lo crocifiggono.

Osservate, poi, il caso dell'umanità decaduta, alienata dalla vita di Dio, morta nei falli e nei peccati, senza cuore, senza alcuna reale volontà d'abbracciare cose spirituali. In sé stesso il caso è disperato, irrecuperabile, senza speranza. Indipendentemente dall'elezione divina nessuno vorrebbe o potrebbe essere salvato. Elezione significa che Dio si compiace di riservare un residuo affinché l'intera razza d'Adamo non perisca. Quale ringraziamento riceve per questo? Neanche uno, salvo quelli i cui occhi ciechi dal peccato non sono stati aperti per percepire l'indicibile beatitudine di tale fatto. E' così? Sì e no... perché la grande maggioranza persino di coloro che si professano cristiani, quando odono di questa verità, ignoranti degli stessi loro interessi e delle vie di Dio, contestano e discutono l'elezione, Lo ingiuriano a causa d'essa, Lo accusano di rozza ingiustizia e di essere un tiranno spietato.

Ora, il grande Dio non ha bisogno che noi Gli facciamo da avvocati difensori: a tempo debito, Egli efficacemente chiuderà la bocca d'ogni ribelle. Dobbiamo però fare qualche osservazione in più e rivolgerci a quei credenti per i quali la dottrina dell'elezione è causa di turbamento ed insistono a viva voce che Dio sarebbe colpevole di ingiustizia quando sovranamente Egli elegge alcuni. In primo luogo, quindi, vorremmo chiedere a questi calunniatori di Jahvè di provare questa loro accusa. Sono loro che devono dimostrarla, se possono. Essi affermano che un Dio che elegge sia ingiusto: che essi dimostrino che sia proprio così. Non lo potranno fare. Per poterlo fare dovrebbero mostrare come come dei trasgressori meritino qualcosa di buono dalle mani del Legislatore. Essi devono mostrare come il Re dei re sia moralmente obbligato a sorridere a coloro che hanno bestemmiato il Suo nome, dissacrato i Suoi sabati, infangato la Sua Parola, oltraggiato i Suoi servitori e, soprattutto, disprezzato e respinto Suo Figlio.

"C'è forse un sol uomo nel mondo intero che avrebbe l'impertinenza di dire che egli merita alcunché da parte del suo Fattore? Se è così, sappiate che certamente avrà quel che si merita, e la sua ricompensa saranno le fiamme dell'inferno per sempre, perché è questo e solo questo che ogni essere umano si merita da parte di Dio. Dio non è in debito verso nessuno, e nell'ultimo giorno il peccatore riceverà tutto l'amore, la pietà, e la bontà che merita; zero. Anche i perduti all'inferno avranno quel che si meritano: la misura loro spettante dell'ira di Dio: ecco che cosa si meritano, né più né meno. Può forse Iddio, così, essere accusato di ingiustizia quando dà ad alcuni infinitamente di più di quel che si meritano?" (C. H. Spurgeon). Molti di coloro che tanto lodano ed esaltano oggi "il caro Spurgeon" digrignerebbero i denti per esecrare le sue parole se dovessero udire la sua predicazione chiara e fedele. Preferiscono però ignorare certe prediche e citare eventualmente solo quel che più fa loro comodo o peggio, far dire a Spurgeon quello che non ha mai detto torcendo le sue parole.

In secondo luogo, vorremmo informare i detrattori di Dio che la Sua salvezza non è una questione di giustizia, ma di pura grazia, e la grazia non è qualcosa che qualcuno possa pretendere. Dove sta l'ingiustizia se qualcuno fa quello che vuole con ciò che è suo? Se io sono libero di elargire una somma in azioni caritatevoli, se lo desidero, bisognerebbe forse concedere a Dio meno libertà di elargire i Suoi doni come più Gli piace? Dio non deve nulla a nessuno e quindi se Egli concede i Suoi favori in modo sovrano, chi può lamentarsene? Se Dio ti passa oltre, Egli non ti ha fatto del male, ma se Egli ti arricchisce, allora sei tu ad essere debitore alla Sua grazia. Smettila, allora di chiaccherare sulla Sua giustizia o ingiustizia ed unisciti con gioia a coloro che sorprendentemente esclamano: "Egli non ci tratta secondo i nostri peccati, e non ci castiga in proporzione alle nostre colpe" (Salmo 103:10). La salvezza è un dono che liberamente Dio si compiace di fare e quindi di accordare a chi vuole.

In terzo luogo, vorrei chiedere a queste arroganti creature: a chi mai Dio ha rifiutato la Sua misericordia quando qualcuno la cerca con sincerità ed umile contrizione? Non è forse vero che Dio proclami l'Evangelo ad ogni creatura? Non è forse vero che Dio chiama tutti a deporre le armi della loro guerra contro di Lui e a venire a Cristo per ottenere perdono? Non è forse vero che Egli promette di cancellare tutte le nostre iniquità se ci volgiamo a Lui nel modo che Egli ha stabilito? Se ti rifiuti di farlo, se sei così tanto innamorato di ciò che è peccato da essere determinato a distruggere la tua stessa anima, allora chi è da biasimare? Certamente non Dio. Ci possiamo fidare delle promesse del Suo Evangelo e chiunque è libero di comprovare se e come questo sia vero. Se egli lo fa, se rinuncia al peccato e ripone in Cristo la sua fede, allora scoprirà di far parte egli stesso degli eletti di Dio. D'altro canto, se egli deliberatamente disprezza l'Evangelo e respinge il Salvatore, allora potrà solo incolpare sé stesso di quello che gli avverrà.

Questo ci conduce, in quarto luogo, a chiederci: se dite che è ingiusto che alcuni siano perduti ed altri salvati, chi è che ha causato la perdizione dei perduti? Chi mai Dio ha indotto a peccare? Al contrario, Dio ammonisce ed esorta sempre a non peccare. Chi mai lo Spirito Santo ha spinto a fare un'azione sbagliata? Al contrario, costantemente Egli insegna a non peccare. Dov'è che le Scritture incoraggiano a commettere una qualche iniquità? Al contrario esse costantemente la condannano in tutte le sue forme. Sarebbe dunque ingiusto Dio a condannare coloro che deliberatamente Gli disubbidiscono? E' forse ingiusto Dio a purire coloro che in modo sprezzante ignorano i segnali di pericolo ed i Suoi ammonimenti? Certo no. A ciascuno Dio sempre dirà: "Tu sei distrutto, ... perché sei contro di me, contro il tuo aiuto" (Osea 13:9 ND). E' la creatura che commette suicidio morale. E' la creatura che spezza ogni corda che gli impedisce di cadere nel precipizio della perdizione eterna. Nell'ultimo grande giorno apparirà chiaramente che Dio ha ogni giustificazione nel fare quel che fa e dire quel che dice, e a condannare quando condanna. "Ho peccato contro te, contro te solo, ho fatto ciò ch'è male agli occhi tuoi. Perciò sei giusto quando parli, e irreprensibile quando giudichi" (Salmo 51:4).

Elezione è prendere uno e lasciare un altro, ed implica libertà da parte di chi sceglie di prendere o di rifiutare. E' per questo motivo che scegliere uno non danneggia l'altro che non ha scelto Se fra cento persone io scelgo una e la pongo in posizione di onore e di profitto, io non faccio del male alle 99 che non ho eletto. Se fra innumerevoli bambini bisognosi io ne adotto uno o due dando loro cibo, casa, vestiti ed istruzione, io accordo loro un grandissimo beneficio. Se io, così, sborso del denaro e scelgo di rendere felici due bambini, io non danneggio tutti gli altri. Certo, essi rimarranno vestiti di stracci, denutriti e privi di educazione, eppure essi non sono in condizione peggiore per avere io manifestato il mio favore a due dei loro compagni - essi continuano semplicemente a stare nella situazione in cui erano prima.

Ancora, se fra dieci criminali giustamente condannati a morte, un re si compiace di sceglierne cinque per accordare loro la grazia, essi dovrebbero la loro stessa vita al favore regale. Ciononostante, estendendo verso di loro soltanto la grazia egli non farebbe ingiustizia alcuna agli altri cinque: essi sono lasciati a patire la giusta pena che la legge commina loro a causa delle loro trasgressioni. Essi soffrono solo quel che essi avessero sofferto anche se la grazia non fosse stata concessa ai loro compagni. Chi, allora, non vedrebbe come sarebbe un abuso dei termini, una calunnia verso il re, quello di accusarlo di ingiustizia perché si è compiaciuto di esercitare le sue regali prerogative manifestando il suo favore in maniera discriminante.

Il nostro Salvatore esprime in modo definitivo quest'idea dell'elezione quando scrive: "Allora due saranno nel campo; l'uno sarà preso e l'altro lasciato; due donne macineranno al mulino: l'una sarà presa e l'altra lasciata" (Matteo 24:40-41). Se entrambi fossero "lasciati" sarebbero entrambi perduti, quindi, "prendere" uno non danneggia l'altro. Allo stesso modo per le donne menzionate in questo versetto: prenderne una è indubbiamente nei suoi riguardi un grande favore, lasciare, però, l'altra non implica alcuna ingiustizia. La divina elezione, quindi, è una scelta di favorire alcuni che non potrebbero pretendere nulla da Dio. Non è alcuna ingiustizia il fatto che altri siano lasciati, che Dio passi loro oltre, perché essi continuano semplicemente ad essere quelli che erano, lì dov'erano anche se nessuno fosse passato a prenderne uno di loro. Nell'esercizio della grazia elettiva Dio manifesta misericordia a chi vuole e, nell'impartire i Suoi favori, di ciò che Gli appartiene Egli fa ciò che vuole.

Non è difficile percepire i presupposti fallaci dei falsi ragionamenti dei detrattori di Dio: dietro a tutto il loro mormorio ed alle loro obiezioni contro la giustizia divina, giace il concetto che Dio sia in obbligo di provvedere la salvezza di tutte le Sue creature decadute. Un tale ragionamento (?) manca di vedere come se tale contesa fosse valida, allora Dio non avrebbe particolare titolo a dei ringraziamenti. Come potremmo, infatti, lodarlo per aver redento coloro che comunque era tenuto a redimere? Se la salvezza è un debito che Dio deve all'essere umano per avergli concesso di decadere, allora la salvezza non è questione di misericordia. Non dobbiamo, però, attenderci che coloro i cui occhi sono accecati dall'orgoglio comprendano alcunché dei demeriti infiniti del peccato, della loro completa indegnità e bassezza, ed è quindi impossibile che essi si formino un concetto veritiero della grazia di Dio, e percepiscano che quando viene esercitata la grazia, essa è necessariamente esercitata in maniera sovrana.

Persino dopo aver noi rilevato quanto sopra ci sarà sempre qualcuno che, in modo sprezzante, dirà: "Non è forse vero che Dio non ha riguardi personali? Come potrebbe Egli fare una distinzione fra le persone e scegliere uno e non un altro?". I calunniatori della divina predestinazione credono che o le Scritture contraddicono sé stesse, o che, nell'elezione Dio consideri i meriti delle persone. Per rispondere a questo, citiamo prima che cosa dice Calvino:

"Le Scritture negano che Dio abbia dei riguardi personali, ma questo deve essere inteso in modo diverso da come lo comprendono. Infatti, per 'riguardi personali' non si intendono persone, ma quelle cose in una persona che per l'apparenza esteriore di solito si conciliano con favore, onore e dignità, oppure che attirano odio, disprezzo e disgrazia. Queste cose sono ad esempio ricchezza, povertà, nobiltà, cariche pubbliche, paese, eleganza di forma, da un canto, e dall'altro: povertà, necessità, basso lignaggio, sciatteria, disprezzo e simili. Così, Pietro e Paolo dichiarano che Dio non ha riguardi personali perché Egli non fa differenza fra Giudei e Greci, per respingerne uno e riceverne l'altro, semplicemente in base alla loro nazionalità (Atti 10:34; Romani 2:11). Allo stesso modo Giacomo usa la stessa espressione quando afferma che Dio, nel Suo giudizio, non considera quanto una persona sia facoltosa oppure meno (Giacomo 2:5). Non c'è dunque alcuna contraddizione nella nostra affermazione che, secondo il beneplacito della Sua volontà, Dio sceglie chi vuole farli diventare Suoi figli, indipendentemente dai meriti, mentre Egli respinge e riprova gli altri. Eppure, a migliore soddisfazione, la questione può essere spiegata in questo modo. Essi chiedono come possa avvenire che due persone si distinguano l'una dall'altra indipendentemente dai loro meriti, che Dio, nella Sua elezione lasci uno e prenda un altro. Io, d'altro canto, chiedo loro, se essi suppongano che quello che è scelto possieda qualcosa in lui che attragga il favore di Dio? Se essi confessano di no, così come dovrebbero, ne consegue che Dio non guarda all'uomo, ma fa derivare il favore che gli concede dalla Sua propria bontà. L'elezione di uno da parte di Dio, quindi, mentre Egli respinge un altro, non procede da un riguardo personale, ma solo dalla Sua misericordia, che Egli può liberamente manifestare ed esercitare dovunque e quando Gli piaccia di farlo".

Avere "riguardi personali" significa considerarli in modo differente sulla base di una qualche differenza supposta o reale che c'è in essi oppure sulla base di circostanze particolari in cui si trovano. Questo, però, non è una base o ragione giustificabile per tale considerazione preferenziale o trattamento. I "riguardi personali" sono quelli di chi esamina e retribuisce una persona a seconda del suo carattere od opere. Così, per un giudice, assolvere o premiare qualcuno perché è ricco e non un altro perché è povero, o perché gli ha dato una bustarella, o perché sia un parente prossimo o un amico intimo, oppure se il carattere e la condotta dell'altro sia più retta e la sua causa più giusta. Il caso, però, dei "riguardi personali" non sono applicabili a chi fa una donazione caritatevole, cioè concedere favori ed impartire liberamente doni immeritati ad uno piuttosto che ad un altro senza considerare meriti personali. Il benefattore ha perfetto diritto di fare ciò che vuole con il suo denaro, e coloro che da lui sono trascurati non hanno base per lamentarsene.

Anche quando questa espressione si prende nella sua accezione più popolare, non c'è nulla che maggiormente dia prova che Dio non ha "riguardi personali" che il carattere della persona che viene scelta. Quando gli angeli hanno peccato e sono decaduti dalla loro posizione originaria, Dio per loro prevede alcun salvatore, eppure, quando la razza umana ha peccato ed è decaduta dalla sua posizione originaria, per molti di loro Dio provvede un Salvatore. Che il critico non amichevole di questa dottrina soppesi bene questo fatto: se Dio avesse avuto "riguardi personali" non avrebbe forse dovuto scegliere di salvare degli angeli, essendo più eccelsi, e passare oltre agli esseri umani? Il fatto stesso che Dio faccia l'opposto Lo assolve da questa calunnia. Prendete ancora, per esempio, la nazione che Dio sceglie come oggetto dei Suoi favori terreni e spirituali rispetto ad ogni altra durante 2000 anni di storia dell'Antico Testamento. Qual era il carattere di questa gente? Volete conoscerlo? Era gente priva di riconoscenza che sempre aveva da lagnarsi, gente testarda e dal cuore duro, ribelle ed impenitente, e questo dall'inizio alla fine della loro storia. Se Dio avesse avuto "riguardi personali" certamente non avrebbe scelto gli ebrei per tali favori e benedizioni!

Il carattere stesso, quindi, di coloro che Dio sceglie è tale da confutare questa sciocca obiezione. Lo stesso è ugualmente evidente nel Nuovo Testamento: "Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto quelli che sono poveri secondo il mondo perché siano ricchi in fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano?" (Giacomo 2:5). Benedetto sia il Suo nome che sia così! Se infatti Egli avesse scelto i ricchi, si sarebbe indubbiamente trovato male con molti fra noi, non è vero? Dio non ha scelto magnati e milionari, finanzieri e banchieri, per essere oggetto della Sua grazia. Né Egli ha scelto gente di stirpe nobiliare o le persone ragguardevoli della società, quelli che sono considerati particolarmente intelligenti o dotati, né le persone influenti di questo mondo, o almeno, pochi fra questi hanno il nome scritto nel Libro della Vita. No. Dio ha scelto coloro che erano disprezzati, i deboli, gli umili, le non-entità di questo mondo (1 Corinzi 1:26-29).e questo affinché nessuno si glori alla Sua presenza. Egli passa oltre ai fieri e pii Farisei e sceglie prostitute e pubblicani! "Ho amato Giacobbe" dice, ma che c'era di tanto amabile in Giacobbe? Nulla! Non sentite ancora l'eco delle reazioni scandalizzate di fronte a questa scelta da parte di Dio? "Che? Lui?". Se Dio avesse avuto "riguardi personali" certamente non avrebbe scelto me, così privo di valore come sono!

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