Indice

6. L'elezione: il suo disegno


Nel capitolo precedente abbiamo cercato di raggiungere l'inizio stesso di tutte le cose e trovare le tracce dell'ordine di quanto Dio ha stabilito al riguardo del Suo eterno decreto nell'elezione secondo quanto ci è rivelato nelle Sacre Scritture. Ora cercheremo di proiettare in avanti i nostri pensieri fino al futuro e contemplare il grandioso disegno di Dio, ciò a cui abbia destinato il Suo popolo. Per molti nostri lettori, qui saremo su un terreno loro più familiare. Ciononostante, non dobbiamo ignorare il fatto che, anche questa fase del nostro tema apparirà interamente nuova a non pochi che scorreranno queste linee. Proprio per venire loro incontro, sarà necessario procedere lentamente, non prendendo nulla per scontato ma fornendo chiare prove scritturali a sostegno di quanto affermeremo. Ciò che si presenta ora alla nostra attenzione è qualcosa di tanto sublime che le parole si rivelano inadeguate a descriverlo compiutamente. Voglia Dio vivificare il cuore sia di chi sta scrivendo sia di chi legge, affinché di tutto questo noi ci si possa rallegrare e per questo adorare Dio.

1. Perché fossimo santi. Che cosa si propone Dio con la nostra elezione? Quale ne è il disegno? Essa è finalizzata alla nostra santificazione, a che noi si giunga ad essere santi: "In lui ci ha eletti prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui" (Efesini 1:4). C'è stata molta discussione fra i commentatori se questo testo si riferisca alla santità imperfetta suscitata dalla grazia e della quale noi possiamo fare esperienza in questo mondo, oppure quella perfetta santità di gloria che ci apparterà nel mondo a venire. Personalmente credo che siano inclusi entrambi questi aspetti, ma che sia soprattutto quest'ultimo aspetto ad essere particolarmente inteso e su questo concentreremo la nostra attenzione.

In primo luogo, la perfetta santità è il carattere del Cielo stesso. A questo allude l'espressione "irreprensibili dinanzi a lui" e questo dobbiamo rilevarlo attentamente sin dall'inizio. Dio intende realizzare in noi una santità tale da non essere macchiata da imperfezione alcuna. Ora, la santità imperfetta che personalmente hanno i santi in questa vita,sebbene essa sia davanti a Dio una santità verace e sincera, non sarà mai "irreprensibile": non è una della quale Dio possa completamente rallegrarsi.

In secondo luogo, così come Dio ci ha destînati a perfetta santità nel mondo a venire, così Egli ci ha destinato ad una santità evangelica in questo mondo, altrimenti non perverremo mai a quella celeste. Se non siamo resi puri di cuore quaggiù, non vedremo mai Dio lassù. La santità è l'immagine di Dio nell'anima, quella somiglianza con Lui che ci rende capaci di comunione con Lui. E' per questo che l'Apostolo dichiara: "Impegnatevi a cercare ... la santificazione senza la quale nessuno vedrà il Signore" (Ebrei 12:14). Così come la ragione è base dell'istruzione e nessuno la può conseguire fintanto che non abbia la ragione, così non possiamo raggiungere la gloria del Cielo fintanto che non ci sia comunicato da Dio il principio della santità. La prima finalità, il primo disegno, di Dio nella nostra elezione è dunque che noi si sia santi dinanzi a Lui. Per questo la santità dovrebbe essere l'ambizione principale della nostra vita. Qui c'è pure una concreta fonte di consolazione per coloro che trovano come il peccato che dimora in loro sia il loro fardello più pesante: sebbene la nostra santità sia molto imperfetta in questa vita, ciononostante essa non è che la caparra della pienezza che un giorno conseguiremo nella vita a venire.

La santità è necessariamente il frutto dell'essere stati scelti in Cristo, perché essa è essenziale alla nostra comunione con Lui. Sarebbe una contraddizione in termini, infatti, dire che Dio sclga una persona in Cristo e poi non la renda santa. Se Dio destina una persona ad essere in Cristo, la destina ad essere membro di Cristo, e ci dev'essere per forza conformità fra il Capo e le sue membra. L'elezione della grazia vuol dire dare a Cristo una sposa, e vi dev'essere necessariamente consonanza fra marito e moglie. Quando Adamo doveva avere una moglie, essa doveva essere della stessa specie. Nessun animale avrebbe potuto essergli adatto come partner. Dio glieli fa passare tutti davanti in rassegna, ma: "L'uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi; ma per l'uomo non si trovò un aiuto che fosse adatto a lui" (Genesi 2:20). Non avevano infatti la stessa immagine ed essenza. Se quindi Dio sceglie qualcuno in Cristo - il Santo - quello deve necessariamente essere santificato. Questo è il motivo per il quale la santità è connessa al nostro essere eletti in Lui (Efesini 1:4).

Dio, così, decreta che il Suo popolo sia perfettamente santo dinanzi a Lui, che gli uomini e le donne che lo compongono stiano alla Sua presenza per sempre, che essi godano della Sua presenza per sempre, perché, come ci dice il Salmista: "alla tua destra vi sono delizie in eterno" (Salmo 16:11). In che cosa consistono queste delizie della nostra eterna eredita? E' la santità perfetta, amore perfetto per Dio: questa è l'essenza della gloria celeste. Se gli apostoli avessero dedicato il resto della loro vita per tentare di dipingere e descrivere che cosa sia il paradiso, essi non avrebbero fatto altro che farci comprendere tutta la pregnanza di queste parole: santità perfetta alla presenza di Dio, perfetto amore per Lui, perfetto godimento di Lui. Questo è il paradiso e questo è ciò che Dio ha decretato di portare il Suo popolo. Questo è il primo disegno della nostra elezione, portarci ad un'immacolata santità dinanzi a Lui.

2. Perché diventassimo Suoi figli. Il disegno di Dio nella nostra elezione era finalizzato alla nostra adozione come Suoi figli: "...avendoci predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà" (Efesini 1:5). Ciò che ci rende compatibili con il Cielo è la santità, perché una persona non santa non potrebbe in alcun modo godere del paradiso; se vi dovesse entrare, si troverebbe del tutto fuori del suo elemento naturale. La santità, quindi, è ciò che ci rende adatti ad essere partecipi dell'eredità celeste nella luce (Colossesi 1:12). E' però l'adozione ciò che ci dà titolo legale alla gloria del Cielo e questa è impartita agli eletti come loro dignità e prerogativa (Giovanni 1:12). Come abbiamo rilevato in altre occasioni, le ultime parole di Efesini 1:4 appartengono di fatto al versetto 5: "...avendoci predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà" (infatti, la Nuova Riveduta traduce qui più correttamente di altre versioni). L'amore di Dio verso Suo Figlio era così grande che, avendoci eletti in Lui, proprio perché siamo in Lui il Suo amore si esteso anche a noi. Per questo Dio ci ha destinati a questo ulteriore onore e privilegio. Questo concorda perfettamente con 1 Giovanni 3:1, che dice: "Vedete quale amore ci ha manifestato il Padre, dandoci di essere chiamati figli di Dio! E tali siamo. Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui".

Dio avrebbe potuto renderci perfettamente santi in Cristo senza aggiungervi altre benedizioni. "Ma ora, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, avete per frutto la vostra santificazione" (Romani 6:22). Si tratta di un frutto sicuramente prezioso, ma Egli non si ferma lì, infatti aggiunge: "...e per fine la vita eterna", cioè un frutto ed un privilegio supplementare. Allo stesso modo, alla santità Dio aggiunge l'adozione, come dice il salmista: "Il SIGNORE concederà grazia e gloria" (Salmo 84:11). Come nostro Dio Egli ci sceglie in vista della santità, secondo quant'è scritto: "Siate santi, perché io, il SIGNORE vostro Dio, sono santo" (Levitico 19:2). Quando però Egli diventa nostro Padre in Cristo, Egli ci predestina ad essere adottati come figli. Ecco qui, allora, il duplice rapporto che l'Altissimo intrattiene con il Suo popolo in ed attraverso Cristo, insieme alla conseguente duplice benedizione delle nostre persone a causa di Cristo. Osservate quanto minutamente questo corrisponda con: "Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo" (Efesini 1:3).

Attraverso l'adozione noi diventiamo legalmente figli di Dio così come attraverso la rigenerazione noi lo diventiamo per natura. Attraverso la nuova nascita noi diventiamo (esperienzialmente) membri della famiglia di Dio; per l'adozione acquisiamo la condizione legale di figli, con tutti i privilegi che questo rapporto comporta. "E, perché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, che grida: «Abbà, Padre» " (Galati 4:6). L'adozione rende note le alte prerogative e benedizioni che ci appartengono in virtù della nostra unione con Cristo, il diritto legale che abbiamo a tutte le benedizioni di cui godiamo, sia quaggiù che nell'aldilà. Come ci rammenta l'Apostolo, "Se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo, se veramente soffriamo con lui, per essere anche glorificati con lui" (Romani 8:16) per possedere e godere tutto cio di cui Cristo possiede e gode. Davide aveva esclamato quando gli era stato suggerito che avrebbe potuto sposare Mical: "Vi pare piccola cosa diventare genero del re? " (1 Samuele 18:23), come a dire: Ci si può rallegrare essere il favorito del re ed egli ti può rendere grande, ma diventare genero del re è il più alto onore che si possa avere. Ecco perché a noi è detto: "Carissimi, ora siamo figli di Dio, ma non è stato ancora manifestato ciò che saremo. Sappiamo che quand'egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo com'egli è" (1 Giovanni 3:2), cioè proporzionalmente come Lui, perché così come Egli perfettamente gode la sua comunione con Dio, così faremo noi.

Notiamo debitamente che è "per Gesù Cristo" che siamo figli ed eredi di Dio. Cristo è nell'elezione il nostro modello, quello alla cui immagine noi siamo predestinati ad essere conformi. Cristo è il Figlio naturale di Dio e noi diventiamo (attraverso l'unione con Cristo) legalmente figli di Dio. "Affinché Egli sia il primogenito fra molti fratelli" (Romani 8:29) significa che Dio stabilisce Cristo come il prototipo e il capolavoro, e fa di noi tante piccole copie e modelli di Lui. Ogni dignità che possediamo, ogni benedizione della quale godiamo - salvo la nostra elezione quando Egli ci ha scelto in Lui - noi la dobbiamo a Cristo. Egli è la causa virtuale della nostra adozione. Cristo, come abbiamo detto, è il Figlio naturale di Dio, come facciamo noi a diventare Suoi figli? Così: Dio ci dà a Cristo per "sposarci" con Lui, ed Egli ci ha "fidanzati" a Lui dall'eternità, e così diventiamo "generi" di Dio, così come una donna diventa nuora (figlia per legge) di un uomo sposando suo figlio.

Rileviamo, però, come noi si debba la nostra adozione al rapporto che Dio ha stabilito fra noi e la Persona di Cristo, e non alla Sua opera di redenzione. La nostra adozione, così come ci è stata impartita originalmente nella predestinazione, non è fondata sull'opera di redenzione o sull'ubbidienza di Cristo, ma sul fatto che Cristo sia Figlio naturale di Dio. La nostra giustificazione è senza dubbio fondata sull'ubbidienza e sulle sofferenze di Cristo: "In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia" (Efesini 1:7). La nostra adozione, però, il nostro diventare "generi" di Dio, è dovuta al fatto che Cristo sia Figlio naturale di Dio, e noi in rapporto alla Sua persona come fratelli: "Fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, nostro Signore" (1 Corinzi 1:9). Questa comunione implica la nostra partecipazione alla Sua dignità e a qualunque altra cosa in Lui di cui noi si sia capaci, proprio come una donna acquisisce il titolo legale a tutte le proprietà dell'uomo che sposa. Così come Cristo, essendo Figlio naturale di Dio, è il fondamento della Sua opera, possedendo Egli infinito valore, così la nostra adozione è fondata sul rapporto che abbiamo con la Sua Persona. La nostra giustificazione, sulla base della Sua opera meritoria, viene dopo.

Dobbiamo a questo punto, però, aggiungere una parola di avvertimento: quando siamo caduti in Adamo abbiamo perduto tutti i nostri privilegi: per questo Cristo ha dovuto riacquistarceli. Ne consegue quindi che l'adozione ed ogni altra benedizione siano anche da considerarsi frutto, per quanto riguarda l'effettivo loro godimento da parte nostra, dei meriti di Cristo. E' per questo che l'Apostolo ci dice che Cristo si è fatto carne "per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l'adozione" (Galati 4:5), dato che i nostri peccati e la nostra servitù alla legge, insieme alla maledizione che questo comporta, si interponevano come ostacolo a che, grazie all'adozione, ci fossero impartite le Sue benedizioni. Notate l'accuratezza del linguaggio qui usato: non è detto che la redenzione di Cristo ci abbia procurato l'adozione, ma solo che essa sia strumentale al riceverne i benefici. [Non "affinché fossimo adottati" in quanto tali, ma affinché ricevessimo i benefici dell'adozione, quelli a cui avevamo titolo. Grazie alla Sua opera di redenzione entriamo nel pieno possesso e godimento dei privilegi spettanti ai figli]. Ciò che ci ha originalmente procurato l'adozione è il rapporto che è stato stabilito fra noi e Cristo, l'essere diventati "generi" di Dio. Questo è il proposito eterno di Dio per noi.

Consideriamo ora debitamente la grandezza di questo privilegio. Adamo era stato creato santo, e Luca 3:38 ci dice che egli era "il figlio di Dio". Non è scritto da nessuna parte che Egli fosse figlio di Dio per adozione attraverso Cristo. Così pure in Giobbe 38:7 gli angeli sono chiamati "stelle del mattino" e "figli di Dio": qui non ci viene detto che essi lo siano diventati per adozione in Cristo. Indubbiamente essi erano "figli di Dio" in forza della creazione, perché Dio li ha fatti, ma non generi di Dio in forza dell'essere sposati a Suo Figlio... questa è una grazia ed un privilegio peculiare ai credenti. Il nostro speciale rapporto con il Figlio dell'amore di Dio ci rende più eccellenti degli angeli. In nessun luogo Cristo chiama gli angeli "suoi fratelli" come Egli fa con noi! Questo lo rileviamo da Ebrei 12:22 dove, in contrasto con gli angeli menzionati prima, leggiamo della Chiesa dei primogeniti, titolo che denota superiorità (Genesi 49:3). Essendo noi in rapporto al "Primogenito" di Dio, abbiamo un privilegio di figliolanza maggiore degli angeli.

"Un'illustrazione a questo punto potrebbe essere utile. Un padre sceglie una sposa per suo figlio, come Abraamo aveva scelto una donna per il figlio Isacco fra la sua gente. Garantisce a quella donna una buona dote e le fa dono degli ornamenti nuziali, così come aveva fatto Eliezer per Rebecca. Diventando, però, la sposa di suo figlio, quella donna diventa pure figlia sua, e tutto il suo affetto di padre si rivolge a lei, non solo perché è una sposa adatta per suo figlio, non solo perché ne ammira la bellezza e la grazia ed è affascinato dalla dolcezza del suo carattere, ma il suo amore di padre è rivolto verso di lei perché è come se l'avesse adottata. Di fatto quella donna ora ha assunto una posizione nuova e più vicina. I paragoni sono necessariamente imperfetti, naturalmente e non dovrebbero essere spinti troppo in là, ma se l'illustrazione che abbiamo or ora presentato può aiutarci ad avere una comprensione più chiara dello stupefacente amore di Dio nella nostra adozione come Suoi figli, essa non sarà inopportuna. Vediamo così la predestinazione all'adozione come figli sia più alta, più ricca e più benedetta dell'essere stati eletti a santità, e può così essere considerata un frutto speciale e supplementare dell'amore di Dio. L'amore di Dio, però, nel predestinare la Chiesa all'adozione come figli attraverso Gesù Cristo, ha persino una radice più profonda che considerarla la sposa del Suo caro Figlio. Essa sorge ed è intimamente connessa con la vera, reale ed eterna figliolanza di Gesù. Essendo scelti in Cristo, gli eletti diventano figli di Dio. Perché? Perché Egli è il vero, reale ed essenziale Figlio del Padre. Così, in unione con Lui che è il Figlio di Dio per natura, essi diventano figli di Dio per adozione. Se Egli fosse figlio semplicemente per l'ufficio che svolge, o in virtù dell'incarnazione, questo non potrebbe essere il caso, perché allora Egli stesso sarebbe figlio adottivo. Essendo Cristo Gesù, però, Figlio di Dio per eterna sussistenza, Egli può dire: 'Eccomi con i figli che Tu mi hai dati. Io sono Tuo Figlio per natura, essi sono Tuoi figli per adozione'. Vediamo, così, quanto grande e speciale sia l'amore di Dio per il Suo unigenito Figlio: vedendo la Chiesa in unione con Lui, il Suo cuore la abbraccia con lo stesso amore con il quale Egli ama Lui" (Joseph C. Philpot).

3. Perché fossimo salvi. Il disegno di Dio nella nostra elezione è finalizzato alla nostra salvezza: per salvarci dagli effetti della Caduta, dal peccato e dalle sue conseguenze. Questa destinazione particolare stabilita da Dio era basata sulla sua pre-conoscenza della nostra defezione in Adamo, il quale era il nostro capo naturale e rappresentante. Come abbiamo rilevato nei capitoli precedenti, Dio decreta di permettere la caduta del Suo popolo per manifestare maggiormente la Sua grazia ed aumentare la gloria del Mediatore. Il termine stesso "salvezza", ovviamente, implica il peccato e, a sua volta, il peccato presuppone la Caduta. Questa determinazione di Dio di permettere al Suo popolo di cadere nel peccato e poi di liberarlo da esso, è del tutto funzionale al Suo primo disegno al riguardo degli eletti e la gloria ultima alla quale Egli li ha destinati. La subordinazione di questo terzo disegno di Dio nella nostra elezione rispetto a quelli che già abbiamo considerato appare nel testo: "Egli ci ha salvati e ci ha rivolto una santa chiamata, non a motivo delle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la grazia che ci è stata fatta in Cristo Gesù fin dall'eternità" (2 Timoteo 1:9).

Se si analizza attentamente il versetto or ora citato, si vedrà come (1) Dio abbia formato "un proposito" al riguardo del Suo popolo e che questa "grazia" sia loro accordata in Cristo Gesù "fin dall'eternità" nella mente di Dio. Il riferimento qui è al Suo atto sovrano di estrarli dalla massa pura della creazione, dare loro un "essere in Cristo" ed impartire loro la grazia di diventare figli. (2) Che Dio "ci ha salvati" (il riferimento qui è ai credenti) e "ci ha rivolto una santa chiamata", il che si riferisce ciò che avviene nel tempo quando ci fa uscire dalla nostra morte nel peccato attraverso una chiamata efficace alla santità (cfr. Tito 3:5). (3) Che questo salvarci e questo chiamarci non è stato "a motivo delle nostre opere", fattive o previste che siano, ma "secondo il suo proposito", cioè basato sulla Sua intenzione originale di farci diventare Suoi figli. Né i nostri meriti (che non abbiamo), né la nostra miseria, ha spinto Dio a salvarci, ma il fatto di averci affidati a Cristo sin dall'inizio.

Come abbiamo rilevato in precedenza, Dio assegna a Cristo, rispetto al Suo popolo, un doppio rapporto. "Cristo è capo della chiesa, lui, che è il Salvatore del corpo" (Efesini 5:23). Nella stessa epistola Cristo è visto come il Capo in cui noi siamo stati originalmente: "benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti" (Efesini 1:3). Più tardi Egli è presentato come il Salvatore che ha "amato la chiesa e ha dato se stesso per lei, per santificarla dopo averla purificata lavandola con l'acqua della parola" (5:25-26). Nel parlare di Lui come del "Salvatore del corpo" è implicito che Egli lo sia di esso e di esso soltanto, fatto chiaramente confermato da: "Ecco perché sopporto ogni cosa per amor degli eletti, affinché anch'essi conseguano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna" (2 Timoteo 2:10). Notate qui come non si parli di una salvezza generica, ma la salvezza, quella che Dio ha decretato per chi Gli appartiene. In nessun modo il versetto: "(infatti per questo fatichiamo e combattiamo): abbiamo riposto la nostra speranza nel Dio vivente, che è il Salvatore di tutti gli uomini, soprattutto dei credenti" (1 Timoteo 4:10) contraddice questo fatto. Il "Dio vivente" si riferisce a Dio Padre, e "Salvatore" più correttamente si deve tradurre: "preservatore" (Interlineare di Baxter). [Vedi qui un articolo sull'interpretazione di 1 Timoteo 4:10].

Ora, questa "salvezza" che Dio ha decretato per i Suoi eletti, considerati in quanto decaduti in Adamo, può essere compresa in due concetti: (1) dalla colpa e dalla pena del peccato; (2) dal dominio e dalla potenza del peccato. Essi hanno rispettivamente a che fare con un aspetto legale ed uno esperienziale. Essi sono realizzati nel tempo. Il primo da ciò che Cristo ha compiuto per noi; il secondo da ciò che in noi opera lo Spirito Santo. Del primo aspetto è scritto: "Dio infatti non ci ha destinati a ira, ma ad ottenere salvezza per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo" (1 Tessalonicesi 5:9); dell'altro leggiamo: "Ma noi dobbiamo sempre ringraziare Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio fin dal principio vi ha eletti a salvezza mediante la santificazione nello Spirito e la fede nella verità" (2 Tessalonicesi 2:13). E' attraverso questa seconda opera che noi otteniamo prova e certezza della prima: "Conosciamo, fratelli amati da Dio, la vostra elezione. Infatti il nostro vangelo non vi è stato annunciato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione" (1 Tessalonicesi 1:4-5). Quando la nostra salvezza dal peccato sarà completata, noi saremo liberi dalla presenza stessa del peccato.

4. Per appartenere a Cristo. La finalità della nostra elezione è perché noi appartenessimo a Cristo: "tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui" (Colossesi 1:16). Dio non solo ci ha scelti in Cristo e ci ha predestinato ad essere in Cristo Suoi figli, ma ci ha pure donato a Lui: è così che pure Cristo è il fine dei propositi di Dio nell'eleggerci a perfetta santità ed adozione. Dio, avendo un Figlio naturale, la seconda Persona nella Trinità, destinato ad essere visibile nella natura umana attraverso la sua unione con Suo Figlio, ha decretato, per la maggiore Sua gloria, di destinarci all'adozione come figli e ad essere, così, Suoi fratelli, affinché Egli non rimanga solo ma sia, al contrario: "il primogenito tra molti fratelli" (Romani 8:29). Come in Zaccaria 13:7, l'uomo Cristo Gesù è chiamato "compagno" di Jahvé, così dal Salmo 45:7 apprendiamo come Dio abbia predestinato altri ad essere per Suo Figlio, i Suoi compagni: "Tu ami la giustizia e odi l'empietà; perciò DIO, il tuo DIO, ti ha unto d'olio di letizia al di sopra dei tuoi compagni" (ND).

L'argomento dei divini decreti è così vasto (sia che noi lo guardiamo indietro o avanti nel tempo), e così ampio nella sua prospettiva (quando contempliamo tutto ciò che vi è implicato ed incluso), che è un compito tutt'altro che facile presentarlo in forma riassuntiva (un compito questo che supera le intenzioni e le possibilità di questo saggio). Quando cerchiamo di fornirne uno schema ordinato e di trattare separatamente le caratteristiche essenziali e distintive, è quasi impossibile evitare sovrapposizioni e ripetizioni. Se tali ripetizioni, però, rendono più facile al lettore avere un'idea chiara dei suoi aspetti principali, il nostro compito sarà raggiunto. Parte di ciò che ora desideriamo contemplare in rapporto al disegno di Dio nella nostra elezione, è già stato inevitabilmente anticipato nel capitolo sulla natura dell'elezione, quando abbiamo mostrato come l'intenzione originaria di Dio fosse anteriore alla sua pre-visione della nostra caduta: il lato positivo del Suo disegno.

Abbiamo cercato di evidenziare la distanza infinita che sussiste fra creatura e il Creatore, l'Altissimo, e questo per la mutabilità intrinseca alla nostra prima condizione di natura. Era quindi necessaria una grazia al di sopra della condizione naturale, altrimenti la condizione degli uomini e degli angeli sarebbe stata fissata immutabilmente. Ecco perché Dio si e compiaciuto di stabilire un'elezione di grazia. Dio, attraverso quell'elezione, ha perciò pure destinato coloro che sono stati scelti ad un'unione super-creaturale con Sé stesso, ad uno speciale rapporto-comunicazione con Sé stesso come nostro più alto fine ultimo. Si tratta indubbiamente di un rapporto molto superiore a quello che abbiamo con Lui per natura (nell'ambito della creazione). Questo rapporto speciale è stato realizzato mediante ed attraverso Cristo. "...tuttavia per noi c'è un solo Dio, il Padre, dal quale sono tutte le cose, e noi viviamo per lui, e un solo Signore, Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose, e mediante il quale anche noi siamo" (1 Corinzi 8:6). Notiamo dapprima il linguaggio discriminante di questo versetto: c'è una marcata differenza fra quel "per noi* e "tutte le cose", il che indica proprio una compagnia selezionata e speciale, cosa che pure è ripetuta nella seconda parte del versetto.

Noi e ogni altra cosa sono dal Padre, esistono grazie alla volontà e potenza di Dio, la loro causa originante. Questo dato condiviso da "noi" e da tutte le altre creature. Quel "noi", però, indica un resto separato dal tutto, messo a parte, riservato per qualcosa di più alto, per un'eccellenza ed una dignità più alta. A questa speciale compagnia, il "noi per Lui" (il Signore Gesù Cristo) è contrapposto a "tutte le cose". Di questo versetto è anche possibile la versione: "...per noi c'è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui" (CEI). E' infatti notevole quel "noi siamo per Lui", cioè siamo legati a Lui da un amore speciale, da una speciale unione. Confronta questo con: "...alla chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo" (1 Tessalonicesi 1:1). Nell'originale greco è ancora più chiaro che "noi" siamo stati scelti "per Lui", estratti di fra le creature per la Sua gloria. Il nostro essere in Lui è il fondamento del nostro stesso essere (esistere) per Lui.

La distinzione alla quale abbiamo fatto riferimento, riceve ulteriore illustrazione e conferma in: "V'è un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, fra tutti e in tutti" (Efesini 4:5-6). Anche qui troviamo la stessa differenza usata fra "tutte le cose" e "noi". Di tutte le cose Dio è descritto come sovrastare tutti, "al di sopra di tutti". Con questa espressione comprendiamo che il Suo Essere è infinitamente superiore a quell'essere che hanno tutte le creature, perché è Dio che ha impartito loro l'essere. Eppure, in secondo luogo, il Trascendente è pure l'Immanente, Colui che è vicino, che è "fra tutti" come attraversandoli. E' presente con tutti, ma il Suo essere è diverso dal loro, così come l'aria permea la vita in questo mondo, sia palazzi che stamberghe. In terzo luogo, però, quando si tratta dei santi, Egli è "in tutti" (voi): questa è la grazia sovrana che li rende diversi dagli altri. Dio tanto si unisce a loro da esserne in comunione, uno con essi, in maniera speciale e con un rapporto speciale.

[Nota del traduttore: La versione Nuova Riveduta, che usiamo come versione di base della nostra traduzione, dice "in tutti" e non "in voi tutti". I più antichi manoscritti oggi ritrovati omettono il "voi". La maggior parte dei manoscritti disponibili, le citazioni dai Padri della chiesa e i commentari classici, però, lo includono. Così rende il testo, infatti, la Diodati e la ND: "un Dio unico e Padre di tutti, che è in voi tutti" al di sopra di tutti, fra tutti e (ND); "un Dio unico, e Padre di tutti, il quale è sopra tutte le cose, e fra tutte le cose, e in tutti voi" (Diodati). Che questo pronome sia o non sia presente, però, deve esservi sottinteso, in quanto altre parti della Scrittura provano come lo Spirito di Dio non sia "in tutti" gli esseri umani, ma solo nei credenti (Romani 8:9,14). Dio è "Padre" sia per generazione (come Creatore) che per rigenerazione (Efesini 2:10; Giacomo 1:17; 1 Giovanni 5:1). La precisazione forse era stata intesa per impedire gli equivoci, che, di fatto, oggi sono comuni?].

Non è stupefacente come la grazia abbia assunto creature proprio come noi per elevarle alla comunione con Dio, l'Altissimo? Questo è il culmine stesso dei nostri privilegi e felicità. Se confrontiamo Isaia 57:15 con 66:1-2 vedremo come Dio stesso vi abbia messo in rilievo sia la sublimità e la trascendenza della Sua Persona e la meraviglia e misura della Sua grazia verso di noi. Nel primo testo Dio parla di Sé stesso come: "Colui che è l'Alto, l'eccelso, che abita l'eternità, e che si chiama il Santo. Io dimoro nel luogo eccelso e santo, ma sto vicino a chi è oppresso e umile di spirito", mentre nel secondo Egli dichiara: "Il cielo è il mio trono e la terra è lo sgabello dei miei piedi; ...ecco su chi io poserò lo sguardo: su colui che è umile, che ha lo spirito afflitto e trema alla mia parola". Quanto dimostra questo l'infinita condiscendenza del Suo favore che raccoglie della polvere inanimata, dimora in noi, comunica Sé stesso a noi e a nessun altro: partecipiamo a cose che neanche gli angeli potrebbero mai sperare di avere!

Prima di procedere oltre con la nostra esposizione di 1 Corinzi 8:6 per quanto concerne l'argomento in discussione, facciamo meglio a fare una temporanea digressione ed esaminare le parole: "Per noi c'è un solo Dio, il Padre", testo che è stato grossolanamente pervertito da coloro che negano l'esistenza di una trinità di persone nell'essenza di Dio. Qui il termine "Padre" (come in Matteo 5:16; Giacomo 3:9 ecc.) non è usato della prima Persona in contrasto con la seconda e la terza, ma si riferisce a Dio in quanto Dio, alla natura divina in quanto tale. Se si potesse mostrare da questo versetto che Cristo non è Dio nel senso più assoluto (vedi Tito 2:13), allora, per parità di ragioni, ne conseguirebbe necessariamente che "un solo Signore" negherebbe che il Padre sia Signore, negando quanto dice Apocalisse 11:15 ecc. Il pensiero principale di 1 Corinzi 8:6 diventa del tutto intelligibile quando ci rendiamo conto come questo versetto fornisca una perfetta antitesi ed opposizione alle falsità della religione pagana menzionate al versetto 5.

Fra i pagani c'erano molti "déi" o divinità supreme e molti "signori" o mediatori. I cristiani, però, hanno una sola divinità suprema, il Dio trino, e solo un Mediatore, il Signore Gesù Cristo (cfr. Giovanni 17:3). Cristo ha una doppia "signoria". In primo luogo una signoria naturale, essenziale, non derivata, che Gli appartiene in quanto seconda Persona della Santa Trinità. in secondo luogo, (quella a cui si riferisce 1 Corinzi 8:6), una signoria derivata, economica, dispensatoria, ricevuta per mandato di Dio, considerato come Dio-uomo. Era a questo a cui alludevamo prima quando abbiamo affermato come Dio abbia decretato che l'uomo Gesù Cristo sia portato ad essere unito con Suo Figlio, e destinato così ad essere il Suo "fine sovrano". L'amministrazione dell'universo è stata posta sotto di Lui; ogni potere Gli è stato dato (Giovanni 5:22,27; Atti 2:36; Ebrei 1:2). Cristo, in quanto Dio-uomo, ha la stessa autorità di Dio (Giovanni 5:23), eppure Gli è sottomesso, come mostra 1 Corinzi 3:23, "chiedimi" (Salmo 2:8) e Filippesi 2:11.

Un'altra cosa da evidenziare in 1 Corinzi 8:6 è la frase "e noi viviamo per lui" (NR) [meglio: "e noi in lui" (ND)]. Questo essere noi "in Lui", tale unione soprannaturale, comunicazione con Dio. E' il disegno ultimo per il quale siamo stati scelti. E' per questo motivo che spesso leggiamo: "Poiché il SIGNORE ha scelto per sé Giacobbe, e Israele per suo speciale possesso" (Salmo 135:4); "Il popolo che mi sono formato proclamerà le mie lodi" (Isaia 43:21); "Mi sono riservato settemila uomini che non hanno piegato il ginocchio davanti a Baal" (Romani 11:4). Il fatto dell'averci scelti da parte di Dio, non è semplicemente un separarci dagli altri per essere il Suo tesoro particolare (Esodo 19:5); non solo Dio ci ha separati per rendergli culto e servizio come gente per Lui santa (Geremia 2:3); non solo per proclamare le Sue lodi (Isaia 43:21), perché anche gli empi lo faranno, loro malgrado (Proverbi 16:4; Filippesi 2:11), ma siamo peculiarmente per Lui e per la Sua gloria, completamente in virtù della Sua grazia e misericordia.

Tutto ciò che la grazia può fare per noi nel comunicarci Dio stesso, e tutto ciò che Egli farà per noi per magnificare la Sua gloria, sorge completamente dal libero favore che Egli ci manifesta. In altre parole, Dio non riceverà maggiore gloria in noi e su di noi di quella che sorge da ciò che Egli ci impartisce per grazia, cosicché la nostra felicità, effetto d'essa, si estenderà tanto quanto la Sua propria gloria come suo fine. Quant'è meraviglioso, quant'è grandioso, quanto inesprimibilmente beato che la gloria di Dio in noi si identifichi completamente nel nostro bene: Dio ha stabilito che queste due cose non solo siano inseparabili, ma che abbiano anche la stessa estensione. Se quindi Dio ha inteso così manifestare la Sua massima gloria, Egli pure manifesterà la Sua massima grazia. Non è semplicemente che Dio ci impartisca doni benedizioni, ma che Egli comunichi Sé stesso a noi quanto meglio siamo in grado di fare come creature.

"...affinché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio" (Efesini 3:19): tutto questo è così al di sopra della povera ragione umana, che nient'altro che la fede può intenderlo. Nel comunicare Sé stesso Dio comunica interamente Sé stesso, siano le Sue divine perfezioni per benedirci con esse, o con tutte le tre Persone: Padre, Figlio e Spirito Santo, affinché noi godiamo della loro presenza. Tutto ciò che è in Dio "serve" per rendere benedetti gli eletti (secondo la capacità creaturale) in quanto serve per renderlo beato nella Sua immensa infinità. Se noi abbiamo Dio stesso e tutto di Lui, allora siamo: "eredi di Dio" (Romani 8:17), perché siamo "coeredi con Cristo"; e che Dio stesso sia l'eredità di Cristo, è provato dalla Sua stessa dichiarazione: "Il SIGNORE è la mia parte di eredità e il mio calice; tu sostieni quel che mi è toccato in sorte" (Salmo 16:5). Più di questo che altro potremmo avere o desiderare? "Chi vince erediterà queste cose, io gli sarò Dio ed egli mi sarà figlio" (Apocalisse 21:7).

In conseguenza dell'averci scelto per Lui stesso, Dio riserva Sé stesso per noi e tutto ciò che è in Lui. Se Romani 11:4 parla di Dio come di Colui che "si è riservato" gli eletti (vedasi il v. 5 e si noti il "pure"), così 1 Pietro 1:4 dice: "Essa è conservata in cielo per voi", com'è chiaro dal fatto che Dio stesso sia la nostra "eredità" e nessuno può condividere i suoi benefici oltre a quelli ai quali è destinata. Egli ci attende là, per così dire, finché saremo riuniti a Lui. Là Egli ha atteso lungo i secoli, aspettando che passassero i grandi d'ogni nazione, riservando Sé stesso (come Egli ha stabilito nell'elezione) per i Suoi santi - "come se un grande principe in un sogno o in una visione, dovesse vedere l'immagine di una donna ancora da nascere e dovesse innamorarsi di quell'immagine, attendendo che nasca e che cresca, e non pensi minimamente di intrattenersi con altri amanti" (Thomas Goodwin). Lettore cristiano, se Dio ha un tale amore per te, quale dovrebbe essere il tuo amore per Lui! Se Egli si è donato interamente a te, quanto pure tu dovresti donarti interamente a Lui!

Quando Dio ci avrà portato in Cielo al sicuro attraverso tutte le prove e le afflizioni del mondo quaggiù, allora Egli renderà manifesto che il Suo disegno primo ed ultimo nell'eleggerci era perché appartenessimo a Lui e quindi il nostro primo benvenuto sarà quello di presentarci a Lui: "A colui che può preservarvi da ogni caduta e farvi comparire irreprensibili e con gioia davanti alla sua gloria" (Giuda 24), che è qui menzionato affinché noi Lo si possa anticipatamente lodare e dargli gloria. Crediamo che il riferimento qui non sia a Cristo (come in Efesini 5:27 e Ebrei 2:13) ma al Padre stesso, come suggerisce l'espressione: "davanti alla sua gloria", cioè Colui davanti al quale saremo "presentati". Questo è ulteriormente rilevato da "al Dio unico, nostro Salvatore per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, siano gloria, maestà, forza e potere prima di tutti i tempi, ora e per tutti i secoli. Amen" (v. 25) [notate come qui il Padre sia chiaramente indicato come "nostro Salvatore" in Tito 3:4]. Tutti questi attributi appartengono, nelle dossologie ordinarie, al Padre.

Dio ci farà comparire davanti a Sé "con gioia". Questo comparire, questa "presentazione" avviene non appena il singolo santo giunge in Cielo, sebbene essa sarà ripetuta più formalmente quando l'intera elezione della grazia pure vi giungerà. Come da parte nostra noi ci rallegreremo (e con buona ragione) così Dio, da parte Sua Dio si rallegrerà. Egli si compiace di farci comparire davanti a Sé con grande gioia, dato che fare ingresso in Cielo è qualcosa che riguarda Lui più di tutti. Questo presentarci a Sé stesso "davanti alla Sua gloria" è davvero per Lui occasione di grande gioia, così come i genitori si rallegrano di veder tornare i propri figli - lo si confronti con la gioia del padre in Luca 15. Questa è la gioia di vedere realizzati i Suoi propositi, la Sua gloria assicurata. Con questo si accorda: "Il SIGNORE, il tuo Dio, è in mezzo a te, come un potente che salva; egli si rallegrerà con gran gioia per causa tua; si acqueterà nel suo amore, esulterà, per causa tua, con grida di gioia" (Sofonia 3:17). Era per Sé stesso che Dio ci aveva scelti fin dall'inizio come Suo fine ultimo, ed allora sarà pienamente realizzato.

Un altro testo biblico che insegna come Dio abbia scelto il Suo popolo per Sé stesso è: "...avendoci predestinati ad adottarci per Gesù Cristo, a sè stesso, secondo il beneplacito della sua volontà" (Efesini 1:5 Diodati). Il termine greco reso qui con "a sé stesso" può essere indifferentemente reso "per lui", cosicché in modo ugualmente giustificato, lo possiamo intendere in riferimento prima a Dio Padre, avendoci Egli predestinato "a Sé stesso" come fine ultimo di questa adozione; o, in secondo luogo, a Gesù Cristo, il quale pure è il fine per il quale Dio ci ha predestinato ad essere adottati. Che qui la preposizione greca eis significhi "per", denotando il fine o la causa finale, appare in molti luoghi, per esempio, nel versetto seguente: "alla lode della gloria della sua grazia, per la quale egli ci ha resi graditi a sè, in colui che è l'amato" (Diodati). Lo stesso appare in Romani 11:36: "Poichè da lui, e per lui, e per amor di lui, sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen". Prenderemo così questa espressione nel senso più comprensivo e le daremo un duplice significato secondo il suo contesto e l'analogia della fede.

Avendoci Dio predestinato "a Sé stesso" non deve essere compreso come riferentesi primariamente o da solo all'adottarci a Sé come Suoi figli, ma come denotando distintamente ed immediatamente il Suo eleggerci e predestinarci per la Sua grande e gloriosa Persona e per il Suo grande e benedetto Figlio. In altre parole, la frase che stiamo ora considerando indica un altro e più vasto fine del semplicemente Suo predestinare la nostra adozione (sebbene questa sia un fine speciale), ma è un fine inferiore e subordinato in confronto all'averci predestinato a Sé stesso. In primo luogo, Egli ci ha scelto in Cristo al fine di quella impeccabile santità che soddisfi la Sua propria natura; oltre a questo Egli ci ha predestinato all'onore ed alla gloria dell'adozione. Al di sopra di ogni cosa, però, la Sua grazia raggiunge la massima estensione nel fatto che Egli ci predestina a Sé stesso - il significato è meraviglia di ciò sul quale abbiamo riflettuto.

Averci Dio predestinati "a Sé" denota il diritto che Egli ha su di noi come Sua speciale proprietà. "Le bestie dei campi, gli sciacalli e gli struzzi, Lo glorificheranno" (Isaia 43) perché Gli appartengono, ma la Chiesa è Suo speciale tesoro e mezzo di gloria. Gli eletti sono consacrati a Lui in modo del tutto particolare: "Israele era consacrato al SIGNORE, egli era le primizie della sua rendita" (Geremia 2:3). Questo denota il Suo consacrarli a Sé stesso, come spiega la tipologia di Numeri 18. Per Cristo questo fatto è di estrema importanza: "Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per quelli che tu mi hai dati, perché sono tuoi" (Giovanni 17:9). Allo stesso modo l'Apostolo Paolo suona la stessa nota quando scrive: "Tuttavia il solido fondamento di Dio rimane fermo, portando questo sigillo: «Il Signore conosce quelli che sono suoi», e «Si ritragga dall'iniquità chiunque pronuncia il nome del Signore»" (2 Timoteo 2:19). Denota pure lo sceglierci per essere santi di fronte a Lui, il consacrarci al Suo servizio e per il Suo culto, particolarmente in evidenza in Romani 11:4 dove il "mi sono riservato" è posto in contrasto al resto che è lasciato a rendere culto a Baal. La cosa più importante qui è l'assumerci a Sé stesso nell'unità e comunione più stretta, la partecipazione a Sé.

Considerate ora la frase in Efesini 1:5 "avendoci predestinati ad adottarci per Gesù Cristo, a sè stesso, secondo il beneplacito della sua volontà" (Diodati) quando dice: "a Sé stesso" nel senso di "per Gesù Cristo". I termini greci autos e hautos sono usati indifferentemente per dire "Lui" o "Lui stesso", così non abbiamo difficoltà a renderlo "per Lui". E' nelle preposizioni che vengono usate in riferimento a Cristo in connessione col rapporto che la Chiesa ha con Lui che la Sua gloria viene particolarmente rivelata: essi sono in Lui, tramite Lui, per Lui. Ciascuna di queste espressioni sono rese qui in Efesini 1:4-5 e questo in ordine: siamo stati scelti in Lui come nostro Capo, predestinati all'adozione attraverso di Lui come mezzo della nostra figliolanza, e destinati a Lui come nostro fine - l'onore di Cristo come pure la gloria della Sua grazia è stata resa il fine di Dio nel predestinarci. Le stesse tre cose sono attribuite a Cristo in connessione con la creazione e la provvidenza, vedi il greco di Colossesi 1:16. E' però di Dio Padre soltanto, come la fonte, che leggiamo "di Lui" (l'Originatore) (Romani 11:36; 1 Corinzi 8:6; 2 Corinzi 5:18).

Prima Dio decreta che il Suo amato Figlio sia reso visibilmente glorioso nella natura umana attraverso un unione con essa della Sua stessa persona; e poi per la Sua maggiore gloria Dio decreta che noi si sia figli adottivi attraverso di Lui, Suoi fratelli, perché Dio non vuole che nella Sua umanità Suo Figlio sia solo, ma abbia "compagni" per promuovere la Sua gloria. In primo luogo, confrontandosi con Loro, perché Egli è "al di sopra dei tuoi compagni" (Salmo 45:7 ND), "affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli" (Romani 8:9). In secondo luogo, Dio dà a Suo Figlio onore unico e gloria senza pari destinandolo ad essere Dio-uomo, e per ulteriormente promuovere la stessa, Egli stabilisce che vi debbano essere quelli che attorno a Lui vedano la Sua gloria e Lo magnifichino per essa (Giovanni 17:24). In terzo luogo, Dio ci destina all'adozione a che Cristo sia il mezzo di tutta la gloria della nostra figliolanza che abbiamo attraverso di Lui, perché Egli non solo è nella predestinazione il nostro modello, ma la sua stessa causa.

Ora, nel divino consiglio dell'elezione, la considerazione dell'assunzione da parte di Cristo della natura umana non è stata fondata sulla supposizione o pre-visione della Caduta, come indica il fine della nostra predestinazione in Lui. Certo questo dovrebbe risultare ovvio. Portare, infatti, Cristo nel mondo a causa del nostro peccato, renderebbe la Sua esistenza solo funzionale alla nostra, rendendo così i nostri interessi il fine stesso della Sua incarnazione! Questo significherebbe davvero capovolgere ogni cosa! Il fine di ogni cosa, infatti, è Cristo e non noi! Questo significherebbe subordinare il valore infinito della Sua Persona ai benefici che riceviamo dalla dalla Sua opera, mentre la redenzione è di lunga inferiore al dono che Egli fa di Sé stesso a noi e di noi a Lui. Questo mostra pure come la stessa redenzione sia stata designata da Dio prima per la stessa gloria di Cristo, e poi per provvedere ai nostri bisogni.

N.B. Dobbiamo ancora queste riflessioni agli scritti di Thomas Goodwin.

L'elezione: la sua manifestazione