Indice


8. L'elezione: i suoi effetti


Fino a questo punto ci siamo prevalentemente soffermati sul lato dottrinale dell'elezione; ora ci rivolgeremo più direttamente al suo aspetto esperienziale e pratico. L'intera dottrina della Scrittura è un'unità perfetta ed armoniosa, eppure, per poterla cogliere più chiaramente, deve essere considerata più distintamente nelle sue parti componenti. Strettamente parlando, è inammissibile parlare delle cosiddette "dottrine della grazia" perché non c'è che una grandiosa e divina dottrina della grazia, sebbene quel prezioso diamante abbia molte sfaccettature. Non ci è concesso dal linguaggio stesso delle Sacre Scritture di usare l'espressione: dottrine dell'elezione, della rigenerazione, della giustificazione e della santificazione, perché in realtà non si tratta che di componenti di un'unica dottrina. Non è facile, però, trovare un termine alternativo. Quando nella Parola di Dio si usa il termine "dottrine" si allude a quelle che sono false ed erronee, come, ad esempio: "le dottrine degli uomini" (Colossesi 2:22), "dottrine di demoni" (1 Timoteo 4:1), e "diversi e strani insegnamenti" (Ebrei 13:9), diversi perché fra di loro non c'è accordo.

In contrasto con le dottrine false e contraddittorie degli uomini, la verità di Dio è un grandioso ed intero tutt'uno e di esso si parla in modo uniforme come "la dottrina" (1 Timoteo 4:16 Diodati) o "insegnamento" (NR), "la sana dottrina" (Tito 2:1). Il suo carattere distintivo è descritto in questo modo: "la dottrina che è conforme alla pietà" (1 Timoteo 6:3), la dottrina, cioè, che produce e promuove pietà (l'onore che a Dio è dovuto). Ogni parte di questa dottrina è intensamente pratico ed esperienziale in tutte le sue implicazioni. Non si tratta di semplici astrazioni rivolte all'intelletto ma, quando le si apprendono debitamente, esse esercitano un'influenza spirituale sul cuore e sulla vita. Questo vale per la dottrina di cui ci stiamo occupando. La verità benedetta dell'elezione è rivelata non per occuparci di speculazioni carnali e controversie, ma per produrre in noi gli amabili frutti della santità. Certo, prima che siano prodotti questi effetti, questa dottrina deve essere applicata per la potenza dello Spirito Santo alla nostra anima, perché qui, come in ogni altro luogo, noi siamo interamente dipendenti dalle Sue operazioni di grazia.

Vera umiltà

Il primo effetto prodotto nell'anima dall'applicazione, tramite lo Spirito, della verità della divina elezione è la promozione di vera umiltà. Orgoglio e presunzione ricevono il loro colpo fatale: il compiacimento di noi stessi è mandato in frantumi, e coloro che sono fatti oggetto di questa esperienza vengono scossi fino alle fondamenta della loro vita. Potranno anche precedentemente aver professato la fede cristiana e non aver mai coltivato seri dubbi sulla sua sincerità e genuinità. Potranno anche avere avuto una forte e incrollabile certezza di essere sulla via del Cielo, e durante quel tempo essere del tutto ignoranti della dottrina dell'elezione. Quale cambiamento, però, è sopraggiunto! Ora apprendono che. fra i figli degli uomini, Dio dall'eternità operato fatto una scelta. Ora sono profondamente interessati ad accertarsi se siano fra i favoriti del Cielo oppure no. Rendendosi conto in qualche modo delle tremende implicazioni di questo fatto e dolorosamente consapevoli della propria radicale depravazione, ora sono pieni di timore e tremore. L'esperienza è dolorosa e sconvolgente: non sanno ancora che già questi sentimenti in loro sono un segno salutare.

E' proprio perché la predicazione dell'elezione, quand'è accompagnata dalla potenza dello Spirito Santo (e quale predicazione può essere meglio calcolata di questa d'avere la Sua benedizione che quella che maggiormente magnifica Dio ed abbassa l'uomo!) produce tanto tormento interiore, che essa è così sgradevole a coloro che vogliono rimanere "tranquilli a Sion" (Amos 6:1). Non c'è nulla di meglio che la predicazione dell'elezione che possa smascherare vuote professioni di fede e scuotere dal loro dormiveglia le vittime di Satana. Ahimè, coloro che non vogliono che si disturbi la falsa pace delle loro certezze carnali non vogliono neanche sentirne parlare dell'elezione e sono i primi a reagire indignati e scandalizzati contro la proclamazione della grazia discriminante. L'abbaiare rabbioso dei cani non è, però, motivo sufficiente perché i figli di Dio siano privati del pane loro necessario. Non importa quanto spiacevoli siano i primi effetti prodotti nel cuore di coloro che per la prima volta ricevono questa verità, non ci vorrà molto che, umiliato il loro orgoglio, ne siano veramente riconoscenti: questo, infatti, farà loro scavare più a fondo per accertarsi che la loro speranza sia fondata veramente sulla Rocca eterna.

"È vero che qualunque correzione sul momento non sembra recar gioia, ma tristezza; in seguito tuttavia produce un frutto di pace e di giustizia in coloro che sono stati addestrati per mezzo di essa" (Ebrei 12:11). E' pure cosa sgradevole per la nostra compiacenza essere bruscamente fatta a pezzi, ma se ne consegue che ad una fiducia infondata nelle nostre capacità mettiamo al posto sicurezze fondate biblicamente, indubbiamente abbiamo causa di lodi ferventi. Scoprire come i propositi di grazia di Dio siano ristretti ad un popolo eletto, è cosa allarmante per chi ha immaginato che Dio ami tutti allo stesso modo.

Essere portati a chiedersi seriamente di essere oppure no fra coloro che Dio ha scelto in Cristo prima ancora della fondazione del mondo, solleva una questione per la quale non esiste una risposta facile e soddisfacente; essere sospinto ad investigare diligentemente la mia attuale condizione, esaminare seriamente me stesso davanti a Dio, è un compito che nessun ipocrita porta porterà mai avanti; eppure è un compito al quale il rigenerato non si sottrae, ma al contrario cercherà di svolgere con impegno, zelo e ferventi preghiere affinché Dio in questo lo aiuti.

Mettersi in questione è salutare e necessario

Non è (come alcuni stupidamente suppongono) che coloro che sono seriamente preoccupati della loro condizione spirituale e destino eterno, siano così allarmati perché dubitino della Parola di Dio. Lungi da questo, è proprio perché credono nella Parola di Dio che dubitano di sé stessi, dubitano della validità della loro professione di fede. E' perché credono nelle Scritture quando affermano che il gregge del Signore è piccolo (Luca 12:32) che temono di non appartenere ad esso. E' perché crede a Dio quando dice: "C'è una categoria di gente che si ritiene pura, ma non è lavata dalla sua lordura" (Proverbi 30:12 ND): trovando, infatti, tanta lordura nella propria anima, essi tremano pensando che si tratti del loro caso. E' perché credono in Dio quando dice: "Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa e insanabilmente malato; chi lo può conoscere?" (Geremia 17:9 ND) che essi si impegnano a verificare attentamente sé stessi temendo di ingannare sé stessi. Ah, lettore, quanto più fermamente credi nella Parola di Dio, più avrai motivo di dubitare di te stesso.

Ottenere la certezza di aver ricevuto una vocazione soprannaturale da Dio che li abbia portati dalla morte alla vita, è questione di capitale importanza per coloro a cui stia veramente a cuore la loro anima. Coloro ai quali Dio ha impartito un cuore onesto, aborrono l'ipocrisia, rifiutano di prendere alcunché per scontato e temono grandemente di giudicare sé stessi più favorevolmente di quanto sia concesso. Altri potranno anche ridere delle loro preoccupazioni, questo, però, non li smuove minimamente. C'è troppo in gioco per prendere una tale questione alla leggera ed accantonarla come se nulla fosse. Essi sanno fin troppo bene come essa debba essere appianata alla presenza stessa di Dio, e se essi solo si fossero illusi sul fatto di essere stati effettivamente chiamati, implorano Dio che faccia loro avere questa consapevolezza. E' Dio che li ha feriti, ed Egli solo può guarirli; è Dio che ha disturbato la loro carnale compiacenza, e nessun altro che Lui potrà impartire loro vero riposo spirituale.

Dobbiamo attendere che Dio ci riveli se siamo eletti?

E' possibile per una persona, in questa vita, accertarsi veramente della propria divina ed eterna elezione? I papisti risponderebbero dogmaticamente che nessuno potrebbe essere certo della propria elezione a meno che non ne ricevesse certificazione tramite una rivelazione speciale, immediata e personale da parte di Dio. Questo, però, è chiaramente falso, erroneo. Quando i discepoli di Cristo una volta erano ritornati dal loro giro di predicazioni e Gli avevano raccontato dei miracoli che avevano operato, entusiasti che persino i demoni si fossero sottomessi a loro, Egli dice: "Non vi rallegrate perché gli spiriti vi sono sottoposti, ma rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli" (Luca 10:20). Non è forse perfettamente chiaro in queste parole del Salvatore che di fatto è possibile giungere ad una conoscenza sicura della nostra eterna elezione? Se non fosse così non potremmo rallegrarci in cose che ci fossero sconosciute o che fossero persino incerte.

Non ha forse Paolo detto ai Corinzi: "Esaminatevi per vedere se siete nella fede; mettetevi alla prova. Non riconoscete che Gesù Cristo è in voi? A meno che l'esito della prova sia negativo" (2 Corinzi 13:5)? Qui si prende certamente per scontato che coloro che hanno la fede possano sapere di averla e quindi possano conoscere la propria elezione, perché la fede salvifica è un segno infallibile dell'elezione: "Gli stranieri, udendo queste cose, si rallegravano e glorificavano la Parola di Dio; e tutti quelli che erano ordinati a vita eterna, credettero" (Atti 13:48). Se solo più pastori prendessero seriamente una pagina del libro dell'Apostolo ed esortassero il loro uditorio ad un autentico esame di sé stessi! Certo, questo non aumenterebbe la loro popolarità, ma molto probabilmente alcuni, un giorno, ripensando al momento in cui l'avevano fatto, ne sarebbero riconoscenti. Non è forse vero che un altro apostolo così esorta i suoi lettori: "Fratelli, impegnatevi sempre di più a render sicura la vostra vocazione ed elezione; perché, così facendo, non inciamperete mai" (2 Pietro 1:10)? Che senso avrebbe questa esortazione se non fosse possibile avere in questa vita la certezza della propria elezione? Sarebbe del tutto vano questo impegno se la conoscenza della nostra elezione fosse impossibile senza una rivelazione straordinaria.

Sapere di essere eletti è possibile

Come può una persona giungere a sapere per certo di essere stata eletta? Certamente non salendo, per così dire, in cielo per fare delle ricerche negli schedari di Dio e poi ridiscendere su questa terra. Nessuno di noi potrebbe infatti avere accesso al libro della vita dell'Agnello: i decreti di Dio sono segreti. Eppure è possibile per il cristiano sapere di essere nel numero di coloro che Dio ha predestinato ad essere conforme all'immagine di Suo Figlio. Ma come? Non attraverso una qualche rivelazione straordinaria di Dio, perché le Scritture non promettono nulla di tutto questo ad anime esercitate nella pietà. C. H. Spurgeon al riguardo non usa mezzi termini: "Sappiamo di alcuni che immaginano di essere eletti perché, dicono, hanno avuto una visione al riguardo quando dormivano o quando erano svegli - perché si sogna anche nel dormiveglia; queste visioni, però, sono come abiti intessuti con tela di ragno: cose di ben poca consistenza. Esse sono utili tanto quanto lo potrebbe essere nel giorno del giudizio per un furfante cercare qualcuno che lo possa raccomandare per ottenere una condanna lieve o un'assoluzione" (dal sermone su 1 Tessalonicesi 1:4-6).

Al fine di accertarsi della nostra elezione dobbiamo discendere nel nostro cuore e poi risalirne come sulla scala di Giacobbe, verso gli eterni propositi di Dio. Sono i segni e le testimonianze descritte nelle Scritture quelli che dobbiamo cercare in noi stessi, e da essi scoprire il consiglio di Dio al riguardo della nostra salvezza. Facendo questa affermazione non siamo inconsapevoli dei commenti sarcastici che al riguardo molto probabilmente riceveremo in certi ambienti. Vi è, infatti, una categoria di cristiani professanti che non intrattengono dubbio alcuno sulla propria salvezza, ma se si dovesse cercare in loro prove della nuova nascita sarebbe come cercare calore in un iceberg o segni di vita in una tomba. Non è di questo ciò di cui stiamo parlando. Sarebbe infatti molto vicino ad una bestemmia suggerire che lo Spirito Santo possa risiedere in una persona ed al tempo stesso non dare evidenza definita alcuna della Sua presenza.

Due testimoni veraci

Vi sono per il credente due testimoni dai quali egli potrà con certezza apprendere quali siano gli eterni consigli di Dio al riguardo della sua salvezza: lo Spirito di Dio e il proprio spirito, così com'è scritto: "Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio" (Romani 8:16). Lo Spirito di Dio fornisce alla coscienza del cristiano la Sua testimonianza attraverso la Parola che dice come Egli applichi le promesse dell'Evangelo. Essa giunge in forma di sillogismo: chiunque crede in Cristo, quegli è stato scelto a vita eterna. Questa proposizione è chiaramente enunciata nella Parola di Dio ed espressamente presentata dai Suoi ministri dell'Evangelo. Lo Spirito di Dio accompagna la loro predicazione con potenza efficace così che il cuore degli eletti si apra a ricevere la verità, i loro occhi siano illuminati per percepire quanto essa sia benedetta, e la loro volontà sospinta a rinunciare ad ogni altra dipendenza per potersi affidare completamente alla misericordia di Dio in Cristo.

Sorge però la questione di come io possa distinguere la testimonianza dello Spirito dall'imitazione ingannevole che ne fa Satana. Infatti, come lo Spirito dà sicura persuasione del favore di Dio, così vi sono le frodi del diavolo, attraverso le quali egli lusinga e blandisce uomini e donne nei loro peccati. Vi è inoltre in tutti una presunzione naturale che spesso scambiata per fede. Di fatto, nel mondo religioso, troviamo un maggior numero di fedi imitate di quanto non vi sia fede autentica. E' davvero tragico osservare, infatti, come vi siano oggi nel mondo religioso moltitudini di persone sviate dal "fuoco estraneo" (Levitico 10:1) dell'entusiasmo, e che suppongano che l'eccitazione del loro spirito animale ed emozioni sia prova certa che essi abbiano ricevuto il "battesimo nello Spirito" e quindi sarebbero così "certi" che un giorno saranno in Cielo con il Signore. All'altro estremo vi è una grande compagnia di persone che disprezza e discredita ogni sentimento religioso e che, al riguardo della loro fede, sempre e solo afferma: "Io trovo la mia pace in Giovanni 5:24", vantandosi di non avere mai avuto dubbi da lungo tempo sulla loro effettiva salvezza.

Un cuore disposto alla preghiera. Ora, la vera testimonianza dello Spirito la si può distinguere dalla presunzione naturale e dagli inganni di Satana dai suoi effetti e frutti. In primo luogo, lo Spirito impartisce agli eletti di Dio un cuore disposto alla preghiera: "Dio non renderà dunque giustizia ai suoi eletti che giorno e notte gridano a lui?" (Luca 18:7). Notate come proprio dopo aver fatto questa affermazione, il Signore Gesù proceda a dare un'illustrazione della natura del loro pregare. E' vero che pure i formalisti e gli ipocriti pregano, ma quelle preghiere sono molto diverse da quelle del popolo di Dio in distretta quando, consapevole del proprio peccato e aggravato dal senso di colpa, eleva le sue preghiere a Dio. Il contrasto è evidente nella parabola del Fariseo e del pubblicano (Luca 18:9-14). E' quando siamo portati a sentire bruciante la nostra totale indegnità e di meritare giustamente l'inferno, la nostra rovina e miseria, la nostra abietta povertà e la nostra dipendenza totale dalla misericordia di Dio, che allora cominciamo a "gridare" a Lui, e questo non solo sporadicamente, ma "notte e giorno" - pregare di fatto, pregare in modo perseverante, pregare "con sospiri ineffabili", e così, pregare in modo efficace.

Consideriamo per un momento la preghiera di uno del popolo di Dio: "Ricordati di me, o Eterno, secondo la benevolenza che usi verso il tuo popolo, e visitami con la tua salvezza" (Salmo 106:4 ND). Vedi, caro lettore, o tu cerchi con tutto te stesso quel favore attraverso il quale il Signore si ricorda del Suo popolo o non lo cerchi. E' solo quando siamo portati al luogo in cui il senso del nostro peccato e della nostra abiezione ci schiaccia, che noi possiamo dire nella nostra anima davanti a Dio: "Visitami con la tua salvezza". Il salmista, però, non si ferma lì, e nemmeno lo dovremmo noi. Egli procede e dice: "...affinché veda la prosperità dei tuoi eletti, mi rallegri nella gioia della tua nazione e mi glori con la tua eredità" (v. 5). Gli eletti di Dio pregano e cercano ciò per il quale nessun altro prega e cerca: essi anelano vedere la prosperità di coloro che sono stati scelti, essi cercano di essere salvati con la Sua salvezza e rimanere nell'ambito del Suo patto eterno, di ciò che Egli ha eternamente stabilito.

La sottomissione alla sovranità di Dio. Un secondo effetto della testimonianza dello Spirito è quello di portarci a sottometterci alla sovranità di Dio. Gli eletti di Dio non solo pregano per qualcosa per il quale nessun altro prega, ma lo fanno in maniera diversa dagli altri. Essi si accostano all'Onnipotente non come Suoi pari, ma come mendicanti. Essi implorano, non esigono. Essi presentano a Dio le loro umili richieste in stretta sottomissione alla Sua sovrana ed indiscutibile volontà. Quanto del tutto diverse sono le loro umili richieste dall'arroganza e supponenza di coloro che fanno vuote professioni di fede! I primi sono consapevoli di non poter pretendere nulla dal Signore che essi non meritano da Lui alcuna misericordia, e quindi non protestano in alcun modo contro la Sua espressa asserzione: «Io avrò misericordia di chi avrò misericordia, e avrò compassione di chi avrò compassione» (Romani 9:15). La persona nel cui cuore dimora lo Spirito di Dio, sa che il suo posto è nella polvere della terra e, dice come il pio Eli, «Egli è l'Eterno; faccia quello che a lui pare» (1 Samuele 3:18).

Leggiamo in Matteo 20:3 di un certo numero di uomini "che se ne stavano sulla piazza disoccupati", il che noi comprendiamo significare che non erano attivamente impegnati al servizio del diavolo, ma che ancora non erano entrati al servizio di Dio. Il loro atteggiamento era indicativo di un desiderio d'essere operosi per Dio. Bene, disse il Signore, andate anche voi a lavorare nella Mia vigna. Un poco più tardi, però, il Signore della vigna manifesta la Sua sovranità ed essi se ne risentono molto. Il Signore aveva dato agli ultimi tanto quanto ai primi ed essi avevano mormorato. Il Signore, però, risponde loro: "Non vi faccio alcun torto ... Non mi è lecito fare del mio ciò che voglio?" (v. 15). Questo era ciò che li aveva offesi, essi non volevano sottomettersi alla sua sovranità, eppure Egli la esercita ciononostante. " O vedi tu di mal occhio che io sia buono?" Egli ancora chiede a chiunque, nell'orgoglio della sua incredulità insorge contro la grazia discriminante di Dio. Non è così, però, per gli eletti di Dio: essi si inchinano di fronte al Suo trono e si pongono interamente nelle Sue mani.

Uno spirito filiale. In terzo luogo, Dio impartisce ai Suoi eletti spirito filiale così che essi abbiano verso di Lui, come loro Padre celeste, i sentimenti appropriati. Egli ispira loro timore riverente della Sua maestà, tanto che essi siano consapevoli di tutto ciò che non si confà alla Sua santità. Il loro cuore viene attratto con amore verso Dio, così che essi anelino a godere consapevolmente del Suo volto sorridente, considerando la comunione con Lui come un valore superiore a ogni altro privilegio. Questo spirito filiale produce fiducia verso Dio, così che essi si attendano da Lui ciò che Egli ha promesso e contino sulla Sua misericordia e bontà. Essi rispettano la Sua alta autorità e tremano alla Sua Parola. Questo spirito filiale produce sottomissione a Dio, così che essi desiderano ubbidire a Lui in ogni cosa, e sinceramente si sforzano di camminare secondo i Suoi comandamenti e precetti. Certo, essi ancora sono lungi da ciò che dovrebbero essere ed anelano di tutto cuore diventarlo; ciononostante, è loro fervente desiderio compiacergli in tutte le loro vie.

Una coscienza ed uno spirito rinnovati. "Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio" (Romani 8:16). Nel processo penale la funzione del testimone è quella di rendere testimonianza o di fornire prove, evidenze, affinché i giudici possano stabilire la colpevolezza o l'innocenza di un imputato. In Romani 2:15 l'apostolo Paolo afferma che i pagani, benché non abbiano ricevuto la legge mosaica, dovranno ugualmente risponderne di fronte a Dio perché la loro coscienza testimonia come quella stessa legge sia scritta nel loro cuore: "Essi dimostrano che quanto la legge comanda è scritto nei loro cuori, perché la loro coscienza ne rende testimonianza e i loro pensieri si accusano o anche si scusano a vicenda". Sebbene i pagani non abbiamo ricevuto una rivelazione scritta di Dio (come nel caso degli Israeliti), anch'essi sono Sue creature, dovranno rendere conto di sé stessi a Dio, sono soggetti alla Sua autorità e saranno giudicati da Lui. Le basi su cui si fonda questa loro responsabilità è la rivelazione che Dio fa di Sé stesso nella natura, tanto che essi sono "inescusabili" (Romani 1:19-20) e l''opera della legge scritta nel loro cuore, la razionalità o "la luce della natura". Il loro istinto morale li istruisce, infatti, sulla differenza fra giusto e sbagliato e li ammonisce che un giorno dovranno rendere conto di sé stessi. La loro coscienza "attesta", fornisce prove, che Dio è loro legittimo Signore e Giudice.

Ora, i cristiani hanno una coscienza rinnovata ed essa fornisce la prova che essi sono persone rinnovate e, di conseguenza, sono da contarsi fra gli eletti. "...infatti siamo convinti di avere una buona coscienza, e siamo decisi a condurci onestamente in ogni cosa" (Ebrei 13:18). Il loro cuore è stato piegato verso Dio e verso l'ubbidienza a Lui. Non solo i cristiani sinceramente desiderano onorare Dio e condursi onestamente con il prossimo, ma a questo dirigono i loro genuini sforzi: "Per questo anch'io mi esercito ad avere sempre una coscienza pura davanti a Dio e davanti agli uomini" (Atti 24:16). E' funzione di una buona coscienza quella di rendere a noi stessi e di noi stessi una testimonianza favorevole. I cristiani possono fare appello ad essa. Paolo lo fa sempre di nuovo, per esempio, in Romani 9:1 troviamo come egli dichiara: "Dico la verità in Cristo, non mento - poiché la mia coscienza me lo conferma per mezzo dello Spirito Santo", il che significa che la sua coscienza rendeva testimonianza alla sua sincerità nei fatti in questione. Troviamo così qui ancora come la Scrittura interpreti la Scrittura: Romani 2:15 e 9:1 definiscono il significato di "Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio", vale a dire: ne fornisce le prove, stabilisce la verità di un caso.

Romani 8:16 dichiara che il nostro spirito (sostenuto dallo Spirito Santo) fornisce la prova che noi siamo "figli di Dio" e, così come l'Apostolo continua a mostrare, se siamo figli, "siamo anche eredi" (v. 17) e "eletti di Dio" (v. 33). Questa testimonianza del nostro spirito è la testimonianza del nostro cuore e coscienza, purificata e santificata dal sangue di Cristo. Essa rende testimonianza in due modi: da indizi ad essa interiori e da prove esteriori. Dato che questo oggi è poco compreso, dobbiamo approfondirlo. Questi indizi interiori sono particolari grazie innestate nel nostro spirito alla nuova nascita, per le quali una persona può essere certa della sua divina adozione, e quindi della sua elezione a salvezza. Questi indizi riguardano prima i nostri peccati e poi la misericordia di Dio in Cristo. Per essere più chiari, considereremo i primi in rapporto con i nostri peccati, passati, presenti e futuri.

La "tristezza secondo Dio"

'indizio o segno nel nostro "spirito" o cuore, che riguarda i nostri peccati passati è "la tristezza secondo Dio" (2 Corinzi 7:10), vera e propria "madre" di ulteriori doni e grazie di Dio. La natura di questa "tristezza" può essere meglio compresa quando è messa a confronto con il suo opposto. La "tristezza secondo il mondo" sorge dal peccato e non è altro che lo spavento che incute la coscienza ferita e l'apprensione che sorge dall'attendersi da parte di Dio di un castigo. La "tristezza secondo Dio", invece, anche se può essere causata dal peccato, sorge dal dolore di avere rattristato Dio, e così disprezzato la Sua grazia e bontà. La "tristezza secondo il mondo" sorge dall'apprensione causata da un inevitabile castigo, è la paura del castigo, mentre la "tristezza secondo Dio" è sentirsi addolorati a causa del peccato in quanto tale, un dolore aumentato dal fatto che il castigo che merito è caduto su Cristo al posto mio e non su di me. Per non ingannare noi stessi nel discernere questa "tristezza secondo Dio", lo Spirito Santo, in 2 Corinzi 7:11, ci fornisce sette caratteristiche che ci servono per distinguerla.

L'apostolo scrive: "Infatti, ecco quanta premura ha prodotto in voi questa vostra tristezza secondo Dio, anzi, quante scuse, quanto sdegno, quanto timore, quanto desiderio, quanto zelo, quale punizione! In ogni maniera avete dimostrato di essere puri in questo affare".

(1) La prima è "premura" (o "sollecitudine"). Il termine "premura" significa in primo luogo "fretta" e poi "attenzione, riguardo particolare verso qualcuno o qualcosa", diligenza - il suo opposto è negligenza ed indifferenza. La "tristezza secondo Dio" promuove la determinazione ad operare per porre rimedio all'errore o al peccato commesso. (2) La seconda è le "scuse" (o "giustificazione"), cioè il proprio dispiacimento e il chiedere perdono. Il suo opposto è sforzarsi a negare il fatto, a giustificarlo nel senso di trovare scusanti, attenuanti, "cause" come se fossimo stati sopraffatti da qualcosa di così forte di fronte al quale non abbiamo potuto resistere, tanto da dire "non è stata colpa nostra". (3) In terzo luogo lo "sdegno (o "indignazione"). Invece che esserne indifferente, la persona che ha "tristezza secondo Dio" è "indignata" nel senso di "disgustata di sé stessa", "arrabbiata con sé stessa" per aver commesso tali atti riprovevoli. (4) in quarto luogo "timore", timore di ripetere l'atto, l'ansia prodotta nella mente dalla sola possibilità di ricadervi. (5) In quindo luogo: "desiderio" (o "affetto", "affezione", "bramosia"), il desiderio che Dio ci assista e ci rafforzi per non incorrere di nuovo in tale errore. (6) In sesto luogo "zelo", nel praticare quei sacri doveri che sono all'opposto di quel peccato; (7) In settimo luogo: "punizione" (o "soddisfazione") di sé stesso, il desiderio di mortificare sé stesso ogni giorno per "tenere a bada" reprimere la propria vecchia natura peccaminosa. Quando una persona trova in sé stessa questi frutti, non deve dubitare che la sua "tristezza" sia davvero "secondo Dio", cioè sia davvero ravvedimento.

Indizi nel nostro spirito

Gli indizi nel nostro spirito al riguardo dei peccati presenti è la resistenza che oppone la nuova natura alla vecchia, o il principio di santità contro quello del male (vedi Galati 5:17). Questa è caratteristica delle persone rigenerate perché esse sono creature duali - figli degli uomini e figli di Dio. Si tratta di molto di più delle sollecitazioni della coscienza che tutti, buoni o cattivi che siano, trovano in sé stessi quanto contravvengono all'ordinamento di Dio. No, è l'aspra lotta in cui essi sono ingaggiati nella loro mente, sentimenti e volontà: per quanto rinnovati e santificati in loro c'è come un tiro alla fune, la nuova creatura che c'è in loro tira da una parte e quella corrotta dalla parte opposta. E' la guerra protratta e dolorosa che il cristiano vede infuriare in sé stesso: essa è evidenza che è una nuova creatura in Cristo. Quando, infatti, il cristiano considera, infatti, il suo passato, prima della sua rigenerazione, non troverà alcuna esperienza simile a questa.

Tutto ciò che si trova nel mondo naturale adombra realtà spirituali: dobbiamo solo avere occhi per vedere, comprendere e interpretarle rettamente. C'è una malattia chiamata Efialte in cui chi ne è affatto sente nel dormiveglia come se un peso fosse stato posto sul suo petto che gli impedisce di respirare. In quest'incubo il dormiente si agita e fa di tutto per liberarsene, ma non ci riesce. Questo è il caso dell'autentico cristiano: è consapevole che qualcosa lo voglia trascinare giù come se gli tagliasse le ali della fede e della speranza e che, "aspirando alle cose di lassù" gli impedisce di librarsi in alto. E' cosa che l'opprime e contro la quale lotta, ma invano. E' "la carne", la sua innata corruzione, il peccato che dimora in noi, quello contro il quale combattono tutte le grazie della nuova natura. E' peso intollerabile che disturba il suo riposo e gli impedisce di fare le cose che vorrebbe.

Gli indizi nel nostro spirito al riguardo dei peccati futuri è l'impegno di volerli impedire prevenendoli. Che questo sia un segno distintivo dei figli di Dio appare da: "Noi sappiamo che chiunque è nato da Dio non persiste nel peccare; ma colui che nacque da Dio lo protegge, e il maligno non lo tocca" (1 Giovanni 5:18). Notate attentamente qui i verbi: non deve essere tradotto "Noi sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca" come in alcune versioni, ma giustamente "non persiste nel peccare" (Nuova Riveduta), cioè non ne è sua pratica costante e regolare. Inoltre, questi "preserva sé stesso" (CEI, ND, Diodati), questa sua cura, impegno, non consiste solo nel regolare la condotta esteriore, ma si estende fino ai pensieri del cuore. E' a questo che l'Apostolo si riferiva quando scrive: "...tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non avvenga che, dopo aver predicato agli altri, io stesso sia squalificato" (1 Corinzi 9:27). Qui egli non si riferisce al suo corpo fisico, ma al "corpo di peccato" che è in lui. Più siamo consapevoli dei nostri pensieri malvagi e delle nostre immaginazioni corrotte, più sediamo in giudizio contro le nostre motivazioni, meno verosimilmente il nostro comportamento esteriore sarà sgradito a Dio.

Consideriamo ora gli indizi o segni nel cristiano al riguardo della misericordia di Dio, indizi che danno prova che si tratti di uno degli eletti di Dio. Il primo è quando un uomo o una donna si sente pesantemente aggravato e profondamente disturbato dal senso di colpa e dalla contaminazione che gli causano le sue iniquità, e quando è consapevole nella sua coscienza di quanto Dio ne sia dispiaciuto. Per il cristiano questo è cosa più grave di qualsiasi male fisico o calamità temporale a cui possa essere soggetto. Il peccato è il fardello più pesante che abbia e che gli impedisce di godersi i piaceri di questo mondo o le compagnie mondane. Ora è questo che gli fa sentire il suo bisogno urgente di Cristo, e nei Suoi confronti può veramente dire: "Come la cerva desidera i corsi d'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio" (Salmo 42:1). Ambizioni carnali e speranze mondane impallidiscono fino a perdere del tutto significato per colui o colei che anela con tutto sé stesso la riconciliazione con Dio per i meriti del Redentore. Il suo grido agonizzante è "Dammi Cristo altrimenti muoio" (William Hammond, innario del Gadsby).

Ora, a tutte queste anime dalla coscienza tormentata e malate di peccato, rese così consapevoli dallo Spirito Santo,m Cristo ha fatto preziosissime promesse, promesse che ad altri non appartengono se non agli eletti risvegliati di Dio: "Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d'acqua viva sgorgheranno dal suo seno" (Giovanni 7:37-38). Non è forse esattamente questo ciò che può provvedere sollievo e conforto a colui o colei che sente le fiamme dell'inferno sulla sua coscienza? Ha fame e sete di giustizia, perché sa di non averne alcuna che gli sia propria. Ha sete di pace, perché giorno notte non ne ha alcuna. Ha sete di perdono e di purificazione, perché vede sé stesso come un lebbroso, un fellone. Allora, dice Cristo, vieni a me, ed io soddisferò ogni tuo bisogno: "Ogni cosa è compiuta. Io sono l'alfa e l'omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente della fonte dell'acqua della vita" (Apocalisse 21:6). Notate poi che cosa consegue al suo venire a Cristo: "... chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d'acqua che scaturisce in vita eterna" (Giovanni 4:14).

Nuovi sentimenti

Il secondo indizio è un nuovo sentimento - innestato nel cuore dallo Spirito Santo - per il quale un uomo o una donna tanto stima, valorizza ed altamente apprezza il sangue e la giustizia di Cristo, da considerare, a loro confronto, anche le cose più preziose di questo mondo come tanta spazzatura. E' il sentimento che Paolo esprime in Filippesi 3:7-8 "Ciò che per me era un guadagno, l'ho considerato come un danno, a causa di Cristo. Anzi, a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all'eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo". Certo, si possono trovare anche tanti cristiani formali disposti ad affermare di considerare la Persona e l'opera di Cristo al di sopra di ogni altra cosa di questo mondo, in teoria; però, alla prova dei fatti, la maggioranza d'essi si dimostrerà dello stesso spirito di Esaù che aveva barattato la sua primogenitura con una zuppa di lenticchie. Con rarissime eccezioni, troviamo come la maggior parte di coloro che portano il nome di cristiani preferiscano "le pentole piene di carne del paese d'Egitto" alle benedizioni di Dio nella terra promessa. Le loro azioni, la loro vita, lo dimostra, perché "dov'è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore" (Matteo 6:21).

Che nessuno inganni sé stesso al riguardo di questo particolare segno della rigenerazione e dell'elezione. Dio ci ha dato due segni di identificazione che lo corroborano. In primo luogo, laddove vi è un apprezzamento genuino ed un rallegrarsi in Cristo più di ogni altra cosa, pure vi sarà un amore non simulato per coloro che appartengono a Lui: "Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli" (1 Giovanni 3:14), cioè i membri del corpo mistico di Cristo, per il fatto stesso che lo siano. Coloro a cui sta cuore Dio devono avere a cuore anche il Suo popolo. Non importa quali differenze vi siano fra di loro quanto a nazionalità, posizione sociale, temperamento personale, c'è un legame spirituale che li unisce. Se Cristo dimora nel mio cuore, allora i miei sentimenti saranno necessariamente attirati verso coloro nei quali percepisco, per quanto debolmente; i lineamenti della Sua santa immagine. Getterà un ombra sulle evidenze della mia elezione solo il permettere ad uno spirito di animosità di alienarmi da essi.

Il secondo segno corroborante di una genuina valorizzazione di Cristo è un vivo desiderio di essere in piena comunione con Lui, o con la dipartita da questo mondo, o nel Suo secondo avvento. Sebbene noi si abbia un naturale orrore per la dissoluzione del nostro corpo, e sebbene il peccato che dimora nel cristiano lo metta in imbarazzo al solo pensiero di essere introdotto alla presenza immediata del Santo di Dio, ciononostante, le operazioni della nuova natura portano l'anima al di sopra di questi ostacoli. Un cuore rinnovato non sarà mai soddisfatto dell'attuale presente e necessariamente limitata comunione con il suo amato. Egli anela ad una piena e completa comunione con Lui. Questo era chiaramente il caso di Paolo: "Sono stretto da due lati: da una parte ho il desiderio di partire e di essere con Cristo, perché è molto meglio" (Filippesi 1:23). Che questo non fosse solo un suo sentimento personale ma qualcosa di condiviso con tutti coloro che la grazia ha eletto, appare da queste sue parole: "Ormai mi è riservata la corona di giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi assegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti quelli che avranno amato la sua apparizione" (2 Timoteo 4:8).

Indizi esterni di adozione

Ci volgiamo ora all'indizio esterno della nostra adozione.

L'ubbidienza. Si tratta dell'ubbidienza evangelica, per la quale il credente sinceramente si impegna ad ubbidire ai comandamenti di Dio nella sua vita quotidiana. "Da questo sappiamo che l'abbiamo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti" (1 Giovanni 2:3). Dio non giudica la disubbidienza con il rigore della Legge, perché altrimenti questo non sarebbe un indizio di grazia ma un mezzo di dannazione! Al contrario, Dio stima e considera quell'ubbidienza secondo il tenore del nuovo patto. Al riguardo di coloro che Lo temono, il Signore afferma: "Io li risparmierò, come uno risparmia il figlio che lo serve" (Malachia 3:17). Dio considera le cose che compiamo non dai loro effetti o dalla meticolosità con la quale le facciamo, ma dall'affetto che sente verso di noi. Dio guarda soprattutto al cuore eppure, affinché non ci si inganni su questo punto, riflettiamo in spirito di preghiera sulle seguenti precisazioni.

L'ubbidienza esterna che Dio richiede ai Suoi figli e che, per amore di Cristo, Egli accoglie da loro, non riguarda soltanto alcuni dei comandamenti di Dio, ma tutti senza eccezione. Erode ascoltava volentieri il Battista, lo proteggeva e faceva molte cose che gli diceva. C'era però qualcosa che non era disposto a fare (Marco 6:20), cioè rispettare il settimo comandamento e non importunare la moglie di suo fratello Filippo. Giuda aveva lasciato il mondo e seguiva Cristo diventando persino predicatore dell'Evangelo, ma la sua avidità era qualcosa dalla quale non voleva staccarsi ed era perito. Al contrario, Davide esclama: "Non dovrò vergognarmi quando considererò tutti i tuoi comandamenti" (Salmo 119:6). Chi si ravvede di un peccato, davvero si ravvede per tutti i peccati, e colui che consapevolmente persevera nel commettere qualche suo "peccato favorito" senza avere intenzione di abbandonarlo, di fatto non si è ancora ravveduto di nessuno d'essi.

La nostra ubbidienza esterna, poi, per essere accettabile a Dio, deve estendersi per tutto il corso della nostra vita cristiana dopo la conversione. Non dobbiamo giudicare noi stessi (o chiunque altro) da poche cose che compiamo, ma dal tenore generale della nostra vita. Una persona è ciò che risulta dal complesso della sua vita, sebbene possa fallire in questa o in quell'altra particolare azione a causa del peccato ancora latente. Questo, però, non pregiudica la nostra condizione ultima di fronte a Dio, basta che il credente viva il ravvedimento come una costante della sua vita, non escludendone alcun peccato. E' necessario, infine, che questa ubbidienza eterna proceda dalla nostra intera persona: tutto ciò che è in noi deve manifestare la lode di Dio. Alla nuova nascita vengono rinnovate tutte le facoltà dell'anima. Ne consegue che essere debbano essere poste tutte al servizio di Dio, così come prima erano state poste al servizio del peccato.

Affermiamolo di nuovo: è della massima importanza che il cristiano verifichi chiaramente a che cosa renda testimonianza il suo spirito. Non si tratta tanto di un qualche miglioramento della sua natura carnale, né che un particolare peccato sia in esso meno attivo, ma del fatto che egli sia un figlio di Dio. Questo deve essere comprovato da un cuore che desidera Dio, che anela ad essere in comunione con Lui, che si impegna sinceramente a compiacergli. Proprio come un bambino affezionato e consapevole dei suoi doveri porta nel suo stesso cuore il rapporto particolare che ha con suo padre, così le inclinazioni e le aspirazioni filiali del credente provano come Dio sia il suo Padre celeste. Certamente in lui vi sarà ancora molto che costantemente si oppone a Dio, ciononostante, in lui vi deve essere necessariamente qualcos'altro che non c'era in lui per natura prima della sua conversione.

C'è un'obiezione, però, che, a questo punto, potrebbe essere sollevata: alcuni dicono essere un peccato per il cristiano mettere in questione la sua accoglienza presso Dio perché ancora il suo cuore pare essere così depravato, o dubitare della propria salvezza perché non percepisce in sé stesso ancora sufficiente santità. Alcuni dicono che tali dubbi non siano altro che mettere in questione la verità e la fedeltà di Dio, perché Egli ci ha assicurato del Suo amore e della Sua disponibilità a salvare tutti coloro che credono nel Suo Figlio. Essi negano che sia nostro dovere esaminare il nostro cuore e dicono che noi, così facendo, non otterremo alcuna certezza, che dobbiamo guardare solo a Cristo e basarci sulla Sua nuda Parola. Questo, però, è un errore molto serio. Ci fondiamo sulla Sua Parola proprio quando cerchiamo in noi prove di ciò che la Parola stessa descrive come i segni distintivi di un figlio di Dio. Dice l'Apostolo: "Questo, infatti, è il nostro vanto: la testimonianza della nostra coscienza di esserci comportati nel mondo, e specialmente verso di voi, con la semplicità e la sincerità di Dio, non con sapienza carnale ma con la grazia di Dio" (2 Corinzi 1:12), come pure: "Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e in verità. Da questo conosceremo che siamo della verità e renderemo sicuri i nostri cuori davanti a lui" (1 Giovanni 3:18-19).

Nonostante, però, le evidenze che ha della sua figliolanza divina, non è per il cristiano una questione semplice avere la certezza della sua sincerità o giungere al conforto di un'anima solidamente stabilita. I suoi umori sono mutevoli, i suoi stati d'animo variabili. E' proprio a questo punto che lo Spirito di Dio benedetto viene in soccorso della nostra debolezza. Alla testimonianza della nostra rinnovata coscienza Egli aggiunge la Sua testimonianza, tanto che a volte il cristiano è assicurato della sua salvezza e può dire: "Dico la verità in Cristo, non mento - poiché la mia coscienza me lo conferma per mezzo dello Spirito Santo" (Romani 9:1).

I frutti. "Il solo modo stabilito da Dio per il quale possiamo giungere a capire di essere stati coinvolti nei benefici dell'elezione è dai frutti che ne raccogliamo nella nostra anima. Non ci è lecito cercare di investigarla in altro modo". Con le parole del giudizioso John Owen siamo in pieno accordo. Da parte nostra, non oseremmo riporre la fiducia di una speranza eterna su sogni o visioni che potremmo avere avuto oppure voci che abbiamo udito. Anche se un essere celeste comparisse davanti a noi e ci dichiarasse di aver veduto il nostro nome scritto nel libro della vita dell'Agnello, non dovremmo darci alcun affidamento, perché non avremmo modo di sapere se si tratti del diavolo stesso "travestito da angelo di luce" (2 Corinzi 11:14) venuto per ingannarci. La nostra elezione deve esserci certificata dall'inerrante Parola di Dio: è là il fondamento sicuro sul quale possiamo poggiare la nostra fede.

L'obbligo che l'Evangelo ci impone di credere una qualsiasi cosa, rispetta l'ordine delle cose stesse e l'ordine della nostra ubbidienza. Ciò che l'Evangelo ci dichiara è che Cristo è morto per dei peccatori. Non mi è richiesto immediatamente di credere che Cristo sia morto per me in particolare: questo significherebbe invertire il divino ordine dell'Evangelo. Il grandioso e pur semplice messaggio dell'Evangelo della grazia di Dio è che Gesù Cristo è venuto nel mondo per procurare la via della salvezza a coloro che sono perduti, che Egli è morto per gli empi, che Egli ha soddisfatto così perfettamente quel che la giustizia divina richiedeva, che Dio può giustamente giustificare ogni peccatore che davvero creda nel Suo Figlio Gesù Cristo (Romani 3:26). Di conseguenza, dato che io mi trovo come membro di quella classe, dato che io so di essere un peccatore, una persona empia, perduta, allora sono pienamente autorizzato a credere alla buona notizia dell'Evangelo. E' così che l'Evangelo esige da me fede ed ubbidienza, e sono in obbligo di rendergliele.

Fintanto che io non credo ed ubbidisco all'Evangelo, non sono in obbligo di credere che Cristo sia morto per me in particolare; dopo aver fatto questo, però, sono autorizzato a godere di quella certezza. Nello stesso modo, mi si richiede di credere alla dottrina dell'elezione subito dopo avere udito l'Evangelo per la prima volta, perché essa chiaramente ne fa parte. Per quanto riguarda, però, la personale mia elezione, secondo le Scritture io non posso credervi, né sono obbligato a credervi indipendentemente dagli effetti che essa produce in me: è attraverso di essi che Dio mi rivela di avermi eletto. Nessuno può giustamente non credere o negare la sua elezione fintanto che sia nella condizione dove è impossibile che gli effetti dell'elezione in lui si manifestino. Fintanto che si trova in stato di non-santità, non potrà avere prova alcuna di essere fra gli eletti. E' solo quando egli si trovi nella totale impossibilità, presente o futura, di essere reso santo, potrà dire di non essere stato eletto. E' così che, eletto oppure no, non è cosa che Dio chiami alcuno a conoscere indipendentemente dai suoi frutti. Dio prima ci chiama alla fede, all'ubbidienza ed alla santità: questo è ciò che Egli ci richiede. Se esse sono presenti in noi, allora possiamo dire che siano i frutti dell'elezione. Nessuno, però, può dire di non essere stato eletto fintanto che fede, ubbidienza e santità siano totalmente da escludere per il presene e per il futuro.

Là dove i ministri di Dio sono particolarmente impegnati. Prima di procedere oltre, rileviamo come di solito gli eletti possono essere trovati là dove i ministri di Cristo sono molto impegnati. Paolo scrive: "Ecco perché sopporto ogni cosa per amor degli eletti, affinché anch'essi conseguano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna" (2 Timoteo 2:10). Questo illustra il principio: l'apostolo sapeva che, nel suo impegno apostolico, egli veniva utilizzato nell'eseguire il divino proposito di portare il messaggio della salvezza al Suo popolo. La divina provvidenza e la direzione dello Spirito del Signore lo stavano sostenendo a quel preciso fine. Guardate solo ad un esempio in cui vediamo come Egli sia guidato da Dio. Nel suo secondo viaggio missionario Paolo e i suoi collaboratori portano le buone notizie in territori abitati da pagani. Paolo era stato condotto attraverso la Frigia e la Galazia, ed avrebbe pure predicato l'Evangelo in Asia, ma "lo Spirito Santo vietò loro di annunciare la parola in Asia" (2 Timoteo 2:10). Quale poteva esserne la ragione? Perché in quei territori Dio non aveva degli eletti o, se ce ne fossero stati, il tempo della loro liberazione spirituale non era per loro ancora giunto.

L'apostolo, poi, prova a recarsi in Bitinia, ma ancora gli è detto: "...ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro" (Atti 16:7). E' stupefacente come tutto questo sembri non impressionare la gente oggi. Poi leggiamo: "...oltrepassata la Misia, discesero a Troas". Perché mai "oltrepassano la Misia"? Perché non si erano fermati li? Poi il Signore gli appare in una visione e gli dice di recarsi in Macedonia, e da questo egli ne deduce con certezza di essere stato chiamato a predicare l'Evangelo in quella nazione. Ecco così che vi si trasferisce, vi proclama l'Evangelo e, in conseguenza di questo, gli eletti di Tessalonica ottengono la salvezza. Più tardi si reca a Corinto dove incontra molta opposizione e poco successo. Sembra che lui sia sul punto di andarsene quando il Signore gli appare, rafforza il suo cuore e lo assicura con queste parole: "...io sono con te, e nessuno ti metterà le mani addosso per farti del male; perché io ho un popolo numeroso in questa città" (Atti 18:10). E' così che Paolo vi rimane 18 mesi e si forma la chiesa di Corinto.

Questo grandioso principio del Signore che dirige in tal modo i Suoi servitori che gli eletti odono l'Evangelo dalle loro labbra, trova molte illustrazioni nella Scrittura. Il modo rimarchevole in cui Filippo è condotto con la Parola di salvezza all'eunuco etiope, e Pietro con le stesse parole a Cornelio ed a quelli di casa sua ne sono luminoso esempio. Un altro esempio, persino più impressionante, è il modo in cui agli apostoli si accostano al carceriere di Filippi per portargli la Parola della vita. Per la sua particolare posizione quest'uomo sarebbe stato impossibile trovarlo normalmente fra gli uditori della loro predicazione pubblica. Ecco perciò che il Signore muove le cose in modo tale che egli viene raggiunto là dove si trova, perché evidentemente era un eletto. Questi casi esemplificano in modo glorioso le parole del Salvatore Gesù Cristo che, riferendosi alle persone che Gli erano state affidate dal Padre nei territori pagani, dichiara: "Ho anche altre pecore, che non sono di quest'ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore" (Giovanni 10:16). Come ascolteranno la voce di Cristo? Attraverso i Suoi servitori così ammaestrati e condotti dalla potenza dello Spirito Santo.

Il Signore Gesù non ha mai inviato i Suoi servitori a lavorare là dove Egli non vi possiede un popolo che, affidatogli dal Padre, debba essere da Lui portato nel Suo gregge. Neanche Egli ve li manderà mai. Dove però Egli ha un popolo, Egli vi dirigerà i Suoi servitori per chiamarlo a Sé, ed essi, come Paolo, possono dire: "Ecco perché sopporto ogni cosa per amor degli eletti, affinché anch'essi conseguano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna". Gli eletti, perciò, possono essere trovati là dove i ministri di Cristo lavorano molto. Ora, mio lettore, se hai i privilegio di vivere un un tale luogo, potrai trovarvi il popolo favorito di Dio. Il giorno delle tue opportunità auree è giunto ed è tuo preciso dovere di rispondere alla chiamata che ti rivolgono i servitori di Cristo.

Una Parola rivestita di potenza

Passiamo ora a qualcosa di più specifico. Non solo Dio manda i Suoi servitori in quei luoghi dove la Sua provvidenza ha collocato alcuni dei Suoi eletti, ma Egli pure riveste la Sua Parola di potenza e rende efficaci i loro sforzi. "Conosciamo, fratelli amati da Dio, la vostra elezione. Infatti il nostro vangelo non vi è stato annunciato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione; infatti sapete come ci siamo comportati fra voi, per il vostro bene" (1 Tessalonicesi 1:4-5). Questo è un testo molto rilevante ed ogni suo elemento merita di essere esaminato con attenzione. Esso ci dice come l'Apostolo abbia ricevuto la certezza che i credenti di Tessalonica potevano essere contati fra il popolo eletto di Dio e come, per parità di ragioni, anch'essi potessero conoscere la loro elezione e rallegrarsi in essa. Questi dettagli ci sono stati trasmessi per nostra istruzione e se il Signore si compiacerà di darcene intelligenza spirituale, noi saremo su terreno sicuro e stabile. Per poterlo fare, però, dobbiamo riflettere, in spirito di preghiera, su ciascuna di queste parole.

"Conosciamo, fratelli amati da Dio, la vostra elezione". Come poteva l'Apostolo sapere della loro elezione da parte di Dio? Osserviamo molto particolarmente come questa sua persuasione non gli sia stata trasmessa attraverso una qualche rivelazione immediata dal Cielo, né da una visione soprannaturale e nemmeno da un messaggio angelico. Non era stato neanche il Signore stesso ad informarlo direttamente al riguardo. No, egli si persuade di essere di fronte a degli eletti da quello di cui è testimone in mezzo a loro. E' dai frutti visibili della loro elezione che li può chiamare "fratelli amati da Dio". In altre parole, egli traccia quegli effetti di grazia che erano stati operati in loro nel momento della loro conversione, alla loro fonte ultima, l'oceano dell'eterno amore di Dio da cui era proceduta. Sta proprio qui, come egli stesso ci indica, il corso che pure noi dobbiamo seguire al fine di accertarci della nostra predestinazione alla gloria.

"Infatti il nostro vangelo non vi è stato annunciato soltanto con parole, ma anche con potenza". Non tutti coloro che pretendono di predicare l'Evangelo di fatto lo fanno. Supporre che essi lo facciano, equivarrebbe ammettere che vi siano altrettanti Evangeli quanto vi siano raggruppamenti e sentimenti fra la cristianità e tutti che pretendono che il loro sia il vero Evangelo, ad esclusione di ogni altro. E' quindi questione della massima importanza che ciascuno di noi sappia effettivamente che cosa sia l'Evangelo di Cristo, e questo deve essere appreso dalle Sacre Scritture, sotto la guida dello Spirito di Dio. Nel mondo oggi vi sono molte contraffazioni, e la loro fraudolenza può solo essere scoperta pesandoli "con le bilance del santuario". E' ugualmente necessario ed importante accettarci come debba da noi essere ricevuto l'Evangelo, se di esso si voglia avere permanente beneficio perché, secondo l'apostolo, vi sono due modi per riceverlo.

"il nostro vangelo non vi è stato annunciato soltanto con parole". Se l'Evangelo ci giungesse soltanto con parole, Dio lo lascerebbe alla loro efficacia naturale o alla forza delle argomentazioni più persuasive alla mente umana. In molti luoghi moltitudini hanno udito l'Evangelo, eppure continuano a rimanere nell'idolatria e nell'iniquità, nonostante la professione di fede che esse fanno. Quando l'Evangelo ci giunge "soltanto con parole", esso raggiunge solo l'intelletto, la mente, ma non fa alcuna durevole impressione sulla coscienza e sul cuore. Di conseguenza, esso non può che produrre una fede simulata e presuntuosa, una fede inferiore persino a quella dei demoni, perché essi "credono e tremano" (Giacomo 2:19). E' solo quando l'Evangelo ci giunge "anche con potenza", quella dello Spirito Santo, che esso viene ricevuto con fede vera e salvifica. E' molto importante, quindi, verificare noi stessi su questo punto.

Vi sono due estremi in cui si può cadere per mancanza di una giusta ricezione della Parola di Dio. Uno suppone essere di grado di esercitare la volontà e la capacità di eseguire le opere di giustizia sufficienti per raccomandarlo al favore di Dio. Egli così diventa: "zelante per voi, ma non per fini onesti" (Galati 4:17). Egli digiuna, prega, fa elemosine, frequenta la chiesa, ecc. e, dove ritiene di essere carente o di fallire, fa appello ai meriti di Cristo per sovvenire a queste deficienze. Questo, però, è come prendere un pezzo di stoffa nuova (la redenzione di Cristo) rattoppandone nella sua veste una giustizia legale, sperando così di pacificare una coscienza che si sente in colpa. Egli continua a svolgere i suoi "doveri religiosi" per tutto l'anno, senza mai raggiungere una conoscenza vitale ed esperienziale dell'Evangelo. Tutto il suo servizio non sono che opere morte.

L'altro estremo è l'opposto di questo, ma ugualmente pericoloso. Invece di faticare al punto di esaurimento, non compiono opera alcuna. Più o meno consapevoli, come lo sono tutti gli esseri umani naturali, di essere peccatori, ed udendo della salvezza gratuita ottenibile in Gesù Cristo, essi l'accolgono, ricevendola con la mente soltanto ma non nella loro coscienza. Viene così generata una fede superficiale e presuntuosa e, con un solo salto di fede, ritengono di giungere alla sicurezza del Cielo. Come dice, però, Salomone, "L'eredità acquistata con precipitazione all'inizio, alla fine non sarà benedetta" (Proverbi 20:21). Questa gente sono grandi parlatori, si vantano molto della loro libertà dalla legge, ma essi stessi sono schiavi del peccato. Sono sempre lì ad imparare cose nuove, ma non giungono mai alla conoscenza della verità. Essi ridono di quelli che hanno paure e dubbi, eppure sarebbero proprio loro ad aver motivo d'aver paura.

Ora, in evidente contrasto con entrambe queste classi, v'è chi riceve l'Evangelo non soltanto con parole, "ma anche con potenza, con lo Spirito Santo". Questa è una via di mezzo fra questi due estremi, un modo che è nascosto a tutti gli irrigenerati, perché: "l'uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché esse sono pazzia per lui; e non le può conoscere, perché devono essere giudicate spiritualmente" (1 Corinzi 2:14). Quando Dio inizia " l'opera della fede, con potenza" (2 Tessalonicesi 1:11 Diodati) e conduce quell'anima in questa via di mezzo, all'inizio può non vederla e non comprenderla. Com'era stato con il padre di tutti i credenti, così è così è con tutti i suoi figli; quando Abramo era stato chiamato efficacemente, egli "ubbidì, per andarsene in un luogo che egli doveva ricevere in eredità; e partì senza sapere dove andava" (Ebrei 11:8). Coloro che nascono dallo Spirito sono condotti "per sentieri che non conoscono" (Isaia 42:16) e fintanto che davanti a loro l'oscurità è trasformata in luce e le cose storte raddrizzate, essi non possono comprendere le vie dello Spirito. Quando però questo è fatto, allora "la via del popolo" sarà "aggiustata" per loro (Isaia 62:10).

La domanda più importante di tutte che mi debbo fare è allora: l'Evangelo mi è pervenuto soltanto con parole, o anche con potenza salvifica? Se è il primo di questi modi, allora è stato ricevuto senza che la mia coscienza ne fosse trafitta, disturbata, afflitta, perché questi sono i segni che la divina potenza opera nell'anima del peccatore quando ode l'Evangelo. Quando la Parola di Dio giunge a noi "con potenza" essa giunge come "una spada a doppio taglio", L'effetto sul cuore è quello di una spada affilata quando penetra in un corpo. Se la ferita è profonda, il dolore sarà molto acuto. Lo stesso con la Parola di Dio: quando tocca, anzi, trafigge una vita, essa la mette in questione facendole male, un male, però, salutare: "...è penetrante fino a dividere l'anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore" (Ebrei 4:12). Disse Giobbe: "Infatti le saette dell'Onnipotente mi trafiggono, lo spirito mio ne succhia il veleno; i terrori di Dio si schierano in battaglia contro di me" (6:4). Allo stesso modo Davide esclama: "Poiché le tue frecce mi hanno trafitto e la tua mano è scesa su di me" (Salmi 38:2).

L'esperienza di Paolo è identica. Prima che lo Spirito applicasse la Legge al suo cuore, egli riteneva di essere vivo, ma, di fatto, era "morto" agli occhi di Dio. Quando però il comandamento davvero lo raggiunge in tutto il suo rigore, il peccato "si risveglia" in lui ed egli davvero "muore", si sente come morto, impotente. "Un tempo io vivevo senza legge; ma, venuto il comandamento, il peccato prese vita e io morii" (Romani 7:9). Il fatto è che lui, come ogni altro Fariseo, supponeva che la Legge dovesse limitarsi alla conformità esteriore delle regole stabilite, alla "lettera". Considerato in questa prospettiva egli si riteneva indubbiamente "a posto", con nulla di cui rimproverarsi. Quando però egli giunge, per l'opera efficace dello Spirito Santo in lui, a considerare la Legge come qualcosa che, lungi dal toccare solo l'esteriorità, lo metteva in questione fino nel profondo della sua anima, rivelando come fosse così in modo manifesto un inguaribile trasgressore, condannato senza appello, egli improvvisamente si scopre "morto" e questo lo porta a disperare di sé stesso. La Legge gli scandaglia l'anima tanto da portare alla luce la sua fondamentale corruzione, quella che prima gli era nascosta. Egli trova in sé stesso, come pochi altri, la condizione descritta in Marco 7:21-22: "...perché è dal di dentro, dal cuore degli uomini, che escono cattivi pensieri, fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, frode, lascivia, sguardo maligno, calunnia, superbia, stoltezza". Egli è costretto - per esperienza diretta - ad ammettere la verità di ciò che Cristo diceva.

Il primo atto di fede porta un uomo o una donna a credere di trovarsi veramente nella condizione in cui la Scrittura lo/la descrive, cioè in quella di nemico di Dio (Romani 8:7), figlio d'ira (degno di morte, Efesini 2:3), sotto la maledizione di una legge violata (Galati 3:10), portato in servitù da Satana (2 Timoteo 2:26). Sulla sua coscienza, così, cade un pesante fardello di peccato (Salmo 38:4), davvero quel che dice Isaia "gli empi sono come il mare agitato, quando non si può calmare e le sue acque cacciano fuori fango e pantano" (57:20). Questa condizione sfida ogni vano sforzo di uscirne con le proprie risorse, e lo incatena con pesanti catene: "Tutti quanti siamo diventati come l'uomo impuro, tutta la nostra giustizia come un abito sporco; tutti quanti appassiamo come foglie e la nostra iniquità ci porta via come il vento" (Isaia 64:6). Si ritrova legato mani e piedi, già "con il cappio al collo" a causa dei suoi peccati. E' così che egli invoca Dio, grida a Lui con tutte le forze a sua disposizione, affinché Dio abbia pietà di lui e che, nella Sua misericordia, lo liberi da questa situazione. Non ha certo allora più bisogno di preghiere prefabbricate da recitare, ora grida: "O Dio, abbi pietà di me, peccatore!" (Luca 18:13).

In che modo, così, Dio lo libera? Attraverso l'Evangelo che giunge a lui "con potenza e con lo Spirito Santo". Dio fa sì che egli ora si veda in una nuova luce, quella della sofferenza e morte di Suo Figlio, mediante il quale la giustizia che la Legge esige è soddisfatta e la Sua Legge è magnificata. La giusta ira di Dio su di lui può calmarsi, e una nuova via, quella della riconciliazione, si apre fra lui peccatore e Dio. E' la funzione dello Spirito Santo quella di operare la fede nel cuore e di applicare il sangue redentore e la giustizia di Cristo alla coscienza, attraverso il quale il fardello del peccato e la legge vengono rimossi, l'amore di Dio è fatto conoscere, la pace viene impartita all'anima e la gioia al cuore. E' così che lo stesso strumento che prima ferisce gravemente porta ora guarigione. E' per questo che qui l'apostolo aggiunge: "il nostro vangelo non vi è stato annunciato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione". Questa "convinzione" è certezza - certezza della verità e autorità di Dio, il fatto che la grazia di Dio in Gesù Cristo viene perfettamente incontro al bisogno del peccatore per impartire poi ineffabile beatitudine.

"Io pure mi rammento quando la verità raggiunse per la prima volta il mio cuore facendomi saltare di gioia, perché essa aveva portato via tutto il fardello che avevo addosso, mostrandomi la potenza salvifica di Cristo. Sono andato da Gesù così com'ero, ho toccato il bordo del suo mantello e sono stato guarito. Ho trovato che quanto dice la Parola di Dio non è fantasia, ma realtà. L'avevo ascoltata innumerevoli volte, ma quella volta Dio mi ha parlato come se suonasse un motivo su uno strumento musicale. Ora sentivo che questa parola riguardava proprio me ed operava su di me, come se Egli mettesse la Sua mano destra nel mio cuore. Mi ha portato prima di fronte al trono del giudizio di Dio e mi sono fermato là, udendo il tuono minacciare di essere ben presto colpito dai Suoi fulmini. Poi mi ha portato davanti al coperchio dell'Arca dove si spruzza il sangue della vittima sacrificale. Egli ve lo ha spruzzato e sono tornato a casa trionfante perché tutto il mio peccato era stato lavato via" (C. H. Spurgeon).

"Conosciamo, fratelli amati da Dio, la vostra elezione" (1 Tessalonicesi 1:4). Come faceva l'apostolo a sapere che quei Tessalonicesi erano nel numero degli eletti? Ce lo dice il versetto che segue: dai frutti visibili dell'elezione che potevano essere rilevati in loro. Identificando nella loro vita quegli effetti della grazia che erano stati operati in loro alla loro conversione, egli fa risalire gli stessi all'eterno proposito di misericordia che li riguardava. Vedi, caro lettore, lo stesso metodo per il quale Paolo poteva dire per quei credenti che "Dio fin dal principio vi ha eletti a salvezza mediante la santificazione nello Spirito e la fede nella verità" (2 Tessalonicesi 2:13) deve essere pure quello per il quale ogni cristiano oggi deve accertarsi della propria divina elezione.

"Infatti il nostro vangelo non vi è stato annunciato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo" (1 Tessalonicesi 1:5). Ogni cosa gira attorno a come il (vero) Evangelo sia stato ricevuto da noi: se solo con l'intelletto o se abbia raggiunto la coscienza ed il cuore, perché è solo in quest'ultimo caso che esso è stato ricevuto con fede salvifica. Quando la Parola di Dio ci giunge "con potenza", essa vi giunge come "una spada a doppio taglio" causando tagli, ferite, dolore e profonda distretta. Quando la Parola giunge a noi con potenza questo non è dovuto all'erudizione o all'eloquenza del predicatore, né alla carica emotiva con la quale è proclamata. Il fatto che siano ingaggiate profondamente le emozioni degli uditori fino a portarli alle lacrime, non è in sé stesso prova che l'Evangelo sia giunto a loro con divina efficacia: le emozioni possono essere suscitate da un abile attore che le sappia bene manipolare (e ci sono precise regole al riguardo che essi studiano nelle scuole di recitazione). Questo emozionalismo superficiale è evanescente e non comporta effetti spirituali durevoli. La prova è se noi davvero siamo affranti e piegati di fronte a Dio.

Lo stesso pensiero viene espresso nel versetto che segue, come se questo fosse il dettaglio secondo il quale abbiamo particolarmente bisogno di essere messi alla prova: "...avendo ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze, con la gioia che dà lo Spirito Santo" (v. 6). Quanto priva di valore, vuota e superficiale è tanta cosiddetta evangelizzazione oggi se la confrontiamo con questo! Faremmo bene a rammentarci ciò che dice Cristo stesso quando descrive ciò che avviene al seme quando cade in un terreno pietroso: "Quello che ha ricevuto il seme in luoghi rocciosi, è colui che ode la parola e subito la riceve con gioia, però non ha radice in sé ed è di corta durata; e quando giunge la tribolazione o persecuzione a motivo della parola, è subito sviato" (Matteo 13:20-21). Molto diversa era la situazione di coloro che erano stati convertiti nel giorno di Pentecoste, perché la prima cosa che poteva essere rilevata in loro era che: "essi furono compunti nel cuore" (Atti 2:37) [in un'altra versione: "si sentirono trafiggere il cuore" (CEI)]. La nascita è preceduta dal travaglio e poi viene la gioia ["La donna, quando partorisce, prova dolore, perché è venuta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell'angoscia per la gioia che sia venuta al mondo una creatura umana" (Giovanni 16:21)]. Sono queste le questioni da considerare ed alle quali rispondere davanti a Dio: La Parola mi ha rimproverato e condannato? Mi ha spogliato da ogni compiacimento per me stesso e presunzione d'essere giusto? Ha infranto tutte le mie speranze portandomi a prostrarmi come un criminale di fronte al trono della misericordia di Dio?

"In questo luogo la gente viene ad udire sermoni e poi se ne esce dicendo l'uno all'altro: 'Ti è piaciuto?', come se fosse stato una performance teatrale, e uno risponde: 'Oh sì, molto bello'; e un altro: 'No, proprio non mi è piaciuto'. Pensate proprio al predicatore dell'Evangelo importi del vostro apprezzamento estetico? Pensate davvero che al servitore di Dio, se tali è veramente, importi che cosa pensate di lui? Veramente no. Se rispondete però: 'Ho proprio goduto quel sermone!' egli sarebbero piuttosto incline a rispondere: 'Allora deve essere proprio stato un sermone brutto ed infedele, altrimenti all'udirlo, avreste dovuto esserne arrabbiati... molto probabilmente mi è sfuggito qualcosa o non l'ho pronunciato bene, altrimenti la Parola avrebbe dovuto ferire la vostra coscienza come un coltello affilato. Avreste dovuto dire: 'Non penso che mi sia piaciuto. Stavo pensando come io sia innamorato di me stesso e mi compiaccia della mia buona condizione davanti a Dio. Questo è ciò che veramente mi interessa, non tanto se ha predicato bene. Un sermone che mi piace è quello che mi lusinga e mi fa stare bene con me stesso, non uno che mi condanni...'. Miei cari: è questo che pensate? E' questo che vorreste udire da un sermone? Se andare in chiesa per voi è come andare ad assistere ad un concerto o ad un oratore che parla di questioni temporali, allora mancate delle evidenze dell'elezione; la Parola non ha raggiunto la vostra anima con potenza" (C. H. Spurgeon).

Nei testi biblici citati prima da 1 Tessalonicesi 1:5-6 vi sono due dettagli da notare. Il primo è nell'espressione: "...e con piena convinzione". Quando la Parola di Dio raggiunge l'obiettivo che si prefigge nell'anima di una persona, tutti i suoi dubbi al riguardo della sua autenticità ed autorità sono rimossi, e non è più necessario argomentare per persuadere che l'autore di quella Parola è Dio. Allora tutto lo scetticismo dei razionalisti e dei critici "dell'alta critica" si scioglierebbero come neve al sole, se lo Spirito di Dio si compiacesse di applicare la Parola al loro cuore. Coloro che sono stati portati a sentire il bisogno impellente che hanno di Cristo e di quanto Egli possa rispondere alla loro disperata condizione, hanno "piena convinzione" di ciò che l'Evangelo afferma della Sua Persona ed opera. Qualunque cosa essi possano averne pensato prima, ora non hanno più alcun dubbio sulla Sua divinità assoluta, la Sua nascita verginale, la Sua morte vicaria, la Sua preminente dignità come Profeta, Sacerdote e Re. Tutte queste cose ora sono appianate, decise per sempre, e si dichiarerà con tale chiarezza e dogmatismo da scuotere e scandalizzare la sensibilità dei più altezzosi.

Il desiderio di essere come Cristo

Ancora qui è detto: "Voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore" (v. 6a). Ecco un altro segno di elezione: coloro che sono stati scelti dal Signore desiderano essere come Lui. "Voi siete divenuti imitatori nostri" non significa che essi siano diventati seguaci di Paolo, come altri lo possono essere di Sila o di Timoteo, ma che essi imitano questi eminenti evangelisti per quanto riguarda l'esempio che Cristo ci ha lasciato. Si può veramente dire che questo sia il test fondamentale dell'elezione? Assomigliamo noi a Cristo? Vorremmo onestamente assomigliargli? Allora questa è una sicura evidenza della nostra elezione. Viviamo noi "di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio" (Matteo 4:4)? Cristo lo faceva. Portiamo noi ogni cosa in preghiera a Dio? Cristo lo faceva. Chiediamo noi che Dio benedica quelli che ci maledicono? Non che noi si sia privi di peccato o perfetti, no, ma seguiamo noi veramente Cristo anche se spesso lo perdiamo di vista? Se sì, allora non si tratta di un'indebita presunzione riconoscerlo e trarne conforto, se questo è pure accompagnato dall'essere ugualmente rattristati quando ci rendiamo conto quanto la nostra ubbidienza sia spesso inadeguata e il cuore ci duole per i nostri peccati.

La gioia

"Con la gioia che dà lo Spirito Santo" (6c). Notate come questo testo qualifichi il concetto di gioia. Non si tratta di gioia carnale, ma di gioia spirituale. Ed osservate pure come questo concluda la lista, perché è proprio nello stile del Signore quello di riservare il vino migliore per la fine. Ahimè, quanto pochi sono coloro che professano la fede cristiana che hanno anche solo una minima conoscenza esperienziale di questa gioia profonda e spirituale. La religione della vasta maggioranza della gente consiste nell'eseguire formalità religiose dalle quali non traggono alcun vero piacere. Quanta gente va in un luogo di culto semplicemente perché ritiene che una persona di rispetto lo debba fare, ma molto volentieri se ne starebbero alla larga. Non così per il cristiano - nella sua migliore disposizione: va a rendere il culto che a Dio è dovuto, va per udire la voce di Colui che ama, cerca da esso un rinnovato segno del Suo amore, desidera crogiolarsi al sole della Sua presenza. Quando poi è favorito da una visitazione di Cristo, egli esclama con Giacobbe: «Com'è tremendo questo luogo! Questa non è altro che la casa di Dio, e questa è la porta del cielo!» (Genesi 28:17), un assaggio del Cielo stesso!

Impegnarsi a confermare la realtà della nostra elezione

Concludendo ora le nostre osservazioni su questo aspetto affascinante del nostro argomento, non rimane che un versetto sul quale ponderare: "Perciò, fratelli, impegnatevi sempre di più a render sicura la vostra vocazione ed elezione; perché, così facendo, non inciamperete mai" (2 Pietro 1:10). Queste parole sono da sempre state l'oggetto delle abili manipolazioni dei maestri dell'errore. Nemici della verità le hanno pervertite al punto da far loro significare che il divino decreto dell'elezione sia qualcosa di provvisorio, condizionato agli sforzi del peccatore, "per vedere se ne sia degno"... Essi negano che la predestinazione di una persona alla vita eterna sia assoluta ed irrevocabile, insistendo che essa dipenda dalla nostra personale diligenza. In altre parole, è l'uomo stesso che si suppone debba decidere e determinare se il desiderio di Dio per lui si debba o non si debba realizzare. Non solo un tale concetto è assolutamente estraneo all'insegnamento delle Sacre Scritture, ma dire che la ratifica e la realizzazione dell'eterno proposito di Dio sia lasciata dipendere da qualcosa che provenga dalla creatura, non è altro che pura e semplice bestemmia. Se fosse così questo non solo renderebbe incerta la nostra elezione, ma anche completamente senza speranza.

"Impegnatevi sempre di più a render sicura la vostra vocazione ed elezione". Queste parole hanno pure presentato un vero problema a non pochi che appartengono al popolo di Dio. Essi rimangono perplessi e non comprendono bene in che modo sia necessario impegnarsi per "rendere sicura" la loro vocazione ed elezione. Persino quando questa difficoltà è appianata essi rimangono nel dubbio sul modo in cui debba manifestarsi questo impegno. Ah, amici miei, nelle Scritture Dio si esprime spesso in modo tale da mettere alla prova la nostra fede, umiliare il nostro cuore, e spingerci ad inginocchiarci in preghiera. Forse potrebbe essere utile concentrarsi sui seguenti punti. In primo luogo, a chi questo testo si rivolge. In secondo luogo, l'ordine insolito in cui sono posti i termini "vocazione" ed "elezione". In terzo luogo, quale sorta di "impegno" o diligenza qui si intenda. In quarto luogo, in che senso noi si possa rendere "sicura" la nostra vocazione ed elezione?

I destinatari del testo. In primo luogo: a chi si rivolge questo testo? Se questo principio semplice ma essenziale fosse debitamente applicato, si potrebbe evitare un gran numero di interpretazioni erronee. E' infatti l'applicazione errata delle Scritture a portare molti completamente fuori strada. Quando il pane destinato ai figli viene gettato ai cani, i primi ne vengono privati ed i secondi ricevono del cibo che non è per loro e si rivela cibo sprecato. Prendere un'esortazione destinata ai credenti e farla propria, o meglio, appropriarsene indebitamente, rivolgendola a non credenti, vuol dire operare una violazione per la quale non esistono scusanti, eppure è stato fatto proprio questo con il versetto che stiamo esaminando. Non c'è proprio modo di sbagliarsi sul destinatario legittimo di questa divina ingiunzione. Il versetto con il quale si apre questa lettera mette chiaramente in evidenza chi ne siano i destinatari: "Simon Pietro, servo e apostolo di Gesù Cristo, a coloro che hanno ottenuto una fede preziosa quanto la nostra nella giustizia del nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo" (2 Pietro 1:1). Essa è destinata a credenti, tant'è vero che il testo si rivolge a "fratelli" ed è come tali che li esorta.

Questa esortazione, quindi, è indirizzata a santi spiritualmente viventi, non a peccatori spiritualmente morti. Insegnare che le persone non rigenerate possano fare una qualsiasi cosa per assicurarsi la loro vocazione ed elezione, non solo manifesta colossale ignoranza, ma disonora la Parola di Dio. Quando si trasmette un messaggio da parte di Dio, infatti, il primo dovere dei Suoi ministri è quello di tracciare una chiara linea di demarcazione fra la Chiesa ed il mondo. Non farlo vuol dire far sì che molti figli del diavolo pretendano di essere alla pari del popolo di Dio. Se si fa attenzione al contesto in cui si trova un determinato testo biblico, si vedrà chiaramente a chi quel testo si rivolge, se ai figli degli uomini in generale oppure particolarmente ai figli di Dio. Il modo più semplice ed efficace per chiarire questo a chi lo ascolta è delineare attentamente il carattere (i segni di identificazione) degli uni e degli altri - si noti come l'apostolo segua proprio questa via nei primi quattro versetti di questa lettera.

L'ordine di questi elementi, In secondo luogo, l'ordine insolito che qui troviamo di questi elementi, prima "vocazione" e poi "elezione". Sebbene a prima vista questo possa lasciare perplessi e sollevare una difficoltà, se si studia attentamente la questione si vedrà ben presto come essa supplisca una chiave importante per l'apertura di questa esortazione. Ciò che rende perplesso il lettore attento è perché mai qui "vocazione" venga prima di "elezione", perché abbiamo largamente dimostrato, nei capitoli precedenti, come la chiamata (vocazione) efficace sia conseguenza dell'elezione, la sua manifestazione. Romani 8:28 dichiara che i credenti sono "chiamati secondo il suo disegno". Allo stesso modo, in Romani 8:30 è detto: "quelli che ha predestinati li ha pure chiamati". Così pure troviamo: "Egli ci ha salvati e ci ha rivolto una santa chiamata, non a motivo delle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la grazia che ci è stata fatta in Cristo Gesù fin dall'eternità" (2 Timoteo 1:9). Perché, allora, queste due cose sono invertite nel brano che stiamo considerando?

Bisogna notare con attenzione che Romani 8:28-30 e 2 Timoteo 1:9 trattano degli atti di Dio, mentre 2 Pietro 1:10 menziona vocazione ed elezione in rapporto alla nostra diligenza o impegno. E' soltanto notando debitamente queste distinzioni che possiamo sperare di giungere ad una giusta comprensione di molti dettagli delle Sacre Scritture. In Romani 8 l'apostolo propone una dottrina, mentre in 2 Pietro 1:10 si tratta di un'esortazione, e c'è una precisa differenza fra le due cose. Quando la Scrittura espone le vie di Dio, esse sono presentate nel loro ordine naturale o logico (come in Romani 8:30), ma quando tratta dell'esperienza cristiana, l'ordine in cui apprendiamo la verità è precisamente quello che usa. Qui è lo stesso: dobbiamo prima accertarci di essere stati fatti oggetto di una chiamata efficace, perché a sua volta questo sarà prova della nostra elezione. L'ordine dei pensieri di Dio verso di noi è elezione e poi vocazione, ma nella nostra esperienza personale veniamo prima in contatto con la Sua chiamata e poi, tramite essa, comprendiamo come essa sia il risultato della nostra preliminare elezione.

In che cosa consiste questo impegno. In terzo luogo, in che cosa consiste l'impegno al quale qui siamo chiamati? Sono molte le persone che immaginano di aver ricevuto una chiamata efficace, ma si tratta ŝemplicemente di fantasia: invece di impegnarsi diligentemente ed in spirito di preghiera al dovere qui richiesto, si concedono il beneficio del dubbio. Probabilmente molti sono abbastanza sinceri nella loro supposizione, ma sono sinceramente in errore. Sono stati infatti sviati dal loro ingannevole cuore. Non è infatti sufficiente adottare la dottrina dell'elezione come articolo del nostro credo.

Come dice un inno cristiano: "Sebbene l'elezione di Dio sia una verità - ben poco conforto ne avrò - fintanto che Dio mi dice con la sua stessa bocca - che Egli mi ha scelto" (Joseph Hart, Gadsby's Hymnal, 31).

...e non ho alcun diritto o garanzia di attendermi che Egli lo farà fintanto che non avrò fatto ciò che mi chiede di fare il testo che stiamo considerando.

Ciò che qui mi si richiede è prima di tutto di rendere sicura la "vocazione" che ho ricevuto da Dio. Questo può essere fatto accumulando e rafforzando le prove, le evidenze che io sono un Suo figlio nato di nuovo. A sua volta questo lo realizzo coltivando il carattere e la condotta di un santo. Come posso conseguirlo? Facendo uso dei mezzo di grazia che Dio ci ha provveduto, come la lettura quotidiana delle Sacre Scritture meditando su quanto leggo; attraverso la preghiera segreta e fervente che Dio mi soccorra con la Sua grazia; coltivando la comunione con il popolo di Dio nella misura in cui la Sua provvidenza lo permetta; vigilando fedelmente sul mio cuore; evitando tutto ciò che non sia santo; mortificando il mio egoismo e dicendo di no ai desideri illeciti. Riceveremo ancora più aiuto in questo impegnandoci in qualcosa di ancora più specifico e che troviamo nei versetti precedenti al nostro.

Nei versetti 1:5-7 veniamo esortati in questo modo: "Voi, per questa stessa ragione, mettendoci da parte vostra ogni impegno, aggiungete alla vostra fede la virtù; alla virtù la conoscenza; alla conoscenza l'autocontrollo; all'autocontrollo la pazienza; alla pazienza la pietà; alla pietà l'affetto fraterno; e all'affetto fraterno l'amore". Il versetto 10 esprime le stesse cose ma con parole diverse. In questo capitolo vi è un parallelismo sorprendente, e poi, al versetto 11 l'Apostolo fornisce il risultato di un tale impegno: "In questo modo infatti vi sarà ampiamente concesso l'ingresso nel regno eterno del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo". Ecco così come il nostro testo possa essere interpretato alla luce del suo contesto. Di quale impegno o diligenza so allora qui si parla? I versetti da 5 a 7 ce lo dicono: è coltivando le grazie spirituali che sono qui menzionate che potrò accertarmi della mia vocazione ed elezione.

"Rendere sicura" l'elezione? In quarto luogo, in che senso potremo "rendere sicura" la nostra vocazione ed elezione? In primo luogo si noti attentamente come in italiano quel "rendere" possa essere fuorviante. Non si tratta infatti di "far sì che sia sicura" come se dipendesse da noi, perché l'elezione è già stata assicurata ad ogni eletto dall'immutabilità dei propositi divini, "perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili" (Romani 11:29). Non si tratta nemmeno di qualcosa di futuro, perché qui si parla del godimento presente della nostra vocazione ed elezione, del fornirne le prove ai nostri fratelli e sorelle ora. L'idea qui è di "dar prova", di "accertarmi" della mia vocazione ed elezione, di dimostrare alla Chiesa come io ne sia il destinatario.

[Nell'originale questo versetto recita: "διὸ μᾶλλον, ἀδελφοί, σπουδάσατε βεβαίαν ὑμῶν τὴν κλῆσιν καὶ ἐκλογὴν ποιεῖσθαι· ταῦτα γὰρ ποιοῦντες οὐ μὴ πταίσητε ποτε". βέβαιος (bebaios) della stessa radice del nostro "base", significa: fondata, ferma e sicura. E' come dire: mostrate che abbia fondamento, che in voi sia autentica, e non solo a parole... La versione inglese "New Living Translation" del 2007 rende questo versetto come: "Work hard to prove that you really are among those God has called and chosen", cioè: "impegnatevi a provare che davvero siete fra coloro che Dio ha chiamato e scelto"].

Uno può anche dirmi che crede nell'elezione e che è sicuro di essere stato chiamato da Dio e di essere fra gli eletti, ma fintanto che io non vedo di questo le evidenze nel suo carattere e condotta, le grazie spirituali indicate nei versetti 5-7, allora devo dirgli (come Paolo aveva fatto verso i Galati: "Sono perplesso a vostro riguardo!" (Galati 4:20). Allora qui si intende: "Confermate alla vostra coscienza ed agli altri che la vostra vocazione ed elezione è autentica comportandovi come figli di Dio.

Due conseguenze. Infine, qui si indicano due conseguenze del mettere in pratica queste esortazioni. In primo luogo: "...perché, così facendo, non inciamperete mai" (v. 10). Coloro che si impegnano diligentemente a coltivare le grazie spirituali menzionate nei vv. 5-7 (confermando così a sé stessi e agli altri la loro vocazione ed elezione), non cadrete mai dal "piedistallo" della comunione con Dio; non cadrete dalla verità nelle false dottrine e nell'errore; non cadrete in peccati gravi, recando disonore alla vostra professione di fede; non arretrerete nel vostro cammino spirituale tanto da perdere il gusto per le cose spirituali; non costringerete Dio a disciplinarvi; non cadrete nello scoraggiamento tanto da perdere ogni certezza; non cadrete in condizione di inutilità spirituale. In secondo luogo, però: "In questo modo infatti vi sarà ampiamente concesso l'ingresso nel regno eterno del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo" (v. 11); esperienzialmente oggi e pienamente ed onorevolmente nel futuro. Questo è il risultato ed il premio dell'impegno e della diligenza. Il verbo in "vi sarà concesso" del v. 11 è lo stesso di "aggiungete" nel v. 5, cioè "ἐπιχορηγέω" (supplire): "ἐπιχορηγήσατε (supplite, attivo) ... ἐπιχορηγηθήσεται" (vi sarà supplito, passivo), "provvedete ... e vi sarà provveduto"!

Sintesi

Per riassumere... In che modo un vero credente si accerta di essere uno degli eletti di Dio? Beh, il fatto stesso che egli sia un cristiano autentico ne dà prova, perché credere in Cristo è la sicura conseguenza del fatto che Dio lo ha destinato a vita eterna ["...e tutti quelli che erano ordinati a vita eterna, credettero" (Atti 13:48)].

Per essere. però, più specifici, in che modo posso sapere di essere un eletto?
  • In primo luogo, dalla Parola di Dio, in quanto essa ha fatto breccia con divina potenza nella mia anima, tanto da fare a pezzi il compiacimento che avevo di me stesso e farmi rinunciare ad ogni mia personale pretesa di giustizia.
  • In secondo luogo, dal fatto che lo Spirito mi ha persuaso della mia condizione di deprecabile e colpevole perdizione in cui mi trovavo.
  • In terzo luogo, avendomi rivelato quanto Cristo sia adatto e sufficiente per risolvere il mio caso disperato, mi ha impartito da parte di Dio quella fede che mi ha permesso di affidarmi completamente a Lui e in Lui solo trovare speranza e pace interiore.
  • In quarto luogo, dai segni della nuova natura che sono presenti in me: amore per Dio, appetito per le cose spirituali, anelito verso la santità, il desiderio di essere conforme a Cristo.
  • In quinto luogo, la resistenza che la mia nuova natura che c'è in me oppone alla vecchia fa sì che io odi il peccato e detesti me stesso nel commetterlo.
  • In sesto luogo, evito diligentemente tutto ciò che è condannato dalla Parola di Dio, e sinceramente mi ravvedo ed umilmente confesso ogni trasgressione della stessa che io commetta. Se io fallisco a questo punto, certamente questo farà sì che nuvole oscure si accumulino sulla mia certezza, e tratterrà lo Spirito Santo dal darmene testimonianza.
  • In settimo luogo, impegnandomi diligentemente a coltivare le grazie del carattere cristiano facendo uso di tutti i mezzi legittimi che possano promuoverlo.

E' così che la conoscenza dell'elezione ha, per così dire, un "effetto cumulativo".


9. L'elezione: la sua felicità