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9. L'elezione: la sua felicità


[N. d. T. - Traduciamo con "felicità" (cosa, avvenimento che rende felice) il termine originale del Pink "blessedness" (come in: "the blessedness of election"), non trovando un adeguato corrispettivo in italiano. E' il sentimento di gioia e di riconoscenza di chi si rende conto di essere stato fatto immeritatamente oggetto della grazia di Dio, come pure dal contemplare quanto questa dottrina dia gloria a Dio, e quindi sia desiderabile].

Magnifica il carattere di Dio

In primo luogo, l'elezione magnifica il carattere di Dio. Essa esemplifica la Sua grazia. L'elezione rende noto il fatto che la salvezza è un dono che Dio elargisce liberamente, impartendolo gratuitamente secondo il Suo insindacabile beneplacito. Così deve essere, perché coloro che lo ricevono non sono, in sé stessi, né diversi né migliori di coloro che non lo ricevono. L'elezione contempla che pure vi sia chi debba soffrire l'inferno per mostrare come tutti meritino di perire. La grazia, però, interviene come una rete a strascico che raccoglie, da un'umanità in rovina, un piccolo gregge al fine d'essere, per l'eternità, monumento alla sovrana misericordia di Dio.

L'elezione manifesta la Sua onnipotenza. Essa rende noto il fatto che Dio è onnipotente, che Egli governa e regna sulla terra, e dichiara che nessuno può supporre di resistere alla Sua volontà e frustrare i Suoi segreti propositi e sperare d'avere successo. L'elezione rivela Dio che infrange l'opposizione del cuore umano, sottomette l'inimicizia della mente carnale e, con irresistibile potenza, attira a Cristo i Suoi eletti. L'elezione confessa che: "Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo" (1 Giovanni 4:19) e che noi crediamo perché Egli ci ha reso volenterosi nel giorno della Sua potenza, com'è scritto: "Il tuo popolo si offrirà volenteroso nel giorno del tuo potere" (Salmo 110:3 ND).

La dottrina dell'elezione attribuisce tutta la gloria a Dio. Essa nega nel modo più assoluto qualsiasi credito alla creatura. Essa nega che le persone non rigenerate siano in alcun modo capaci di preannunciare un pensiero retto, di generare un sentimento retto o dare origine ad una retta volizione. Essa insiste che è Dio colui che opera in noi sia il volere che l'agire. Essa dichiara che ravvedimento e fede sono in sé stessi doni di Dio, non l'autonomo contributo del peccatore al costo della sua salvezza. Il suo parlare è "Non a noi, o Eterno, non a noi, ma al tuo nome dà gloria, per la tua benignità e per la tua fedeltà" (Salmo 115:1), come pure: "A lui, che ci ha amati, ci ha lavati dai nostri peccati nel suo sangue" (Apocalisse 1:5).

I paragrafi precedenti l'autore li ha scritti quasi un quarto di secolo fa e non li ritratta né intende modificarli.

"Il Signore opera una distinzione fra l'umanità colpevole secondo la sovranità della Sua grazia. 'Io non avrò più compassione della casa d'Israele in modo da perdonarla. Ma avrò compassione della casa di Giuda'. Forse non aveva peccato anche Giuda? Non avrebbe potuto il Signore abbandonare anche Giuda? Certo, avrebbe potuto giustamente anche farlo, ma Egli si compiace nell'essere misericordioso. I peccatori giustamente meritano il castigo che è loro dovuto: essi non credono in Cristo e quindi moriranno nei loro peccati. Dio, però, ha misericordia, secondo la grandezza del Suo cuore, di molti che non avrebbero potuto essere salvati altrimenti che da un'immeritata misericordia. Affermando, però, il Suo diritto regale, Egli dice: «Io avrò misericordia di chi avrò misericordia e avrò compassione di chi avrò compassione». La prerogativa della misericordia è solo nella sovranità di Dio e quella è la prerogativa che Egli esercita. Egli dona laddove Egli si compiace di donare ed Egli ha il diritto di farlo, dato che nessuno potrebbe pretendere nulla da Lui" (C. H. Spurgeon, "The Lord's Own Salvation", Osea 1:7).

La citazione che abbiamo or ora fatto rende sufficientemente chiaro che non è cosa da poco respingere questa parte benedetta dell'eterna verità, anzi, è cosa grave e seria il farlo. La Parola di Dio non è cosa dalla quale si possa scegliere ciò che più ci aggrada - scegliere le porzioni che ci sembrano più attraenti e disdegnare ciò che non si confà alla nostra ragione e sentimenti. La Parola di Dio ci è data come un tutt'uno, e ciascuno di noi dovrà essere giudicato su quella base. Respingere la grandiosa verità che abbiamo qui trattato, è culmine dell'empietà, perché ripudiare l'elezione di Dio significa ripudiare il Dio dell'elezione. Significa rifiutare di piegarsi di fronte alla santità del Creatore. E' orgoglio presuntuoso insistere essere noi stessi a determinare il nostro destino. Non è altro che lo spirito d Lucifero, del quale è detto: "Tu dicevi in cuor tuo: «Io salirò in cielo, innalzerò il mio trono al di sopra delle stelle di Dio ... salirò sulle sommità delle nubi, sarò simile all'Altissimo»" (Isaia 14:13-14).

E' centrale nel piano di salvezza

In secondo luogo, la felicità di questa dottrina appare nel suo ruolo centrale nel piano della salvezza. Consideriamola dapprima dal lato di Dio. Una presentazione scritturale di questa grandiosa verità è indispensabile se si vuole riconoscere, onorare e fare propri gli atti distintivi del Dio trino. La salvezza non procede solo da una delle Persone divine, ma dagli eterni Tre. Jahvè ha ordinato le cose in modo tale che ciascun membro della Santa Trinità debba essere magnificato e glorificato allo stesso modo. Dio Padre è il Salvatore del cristiano in modo tanto vero e reale di quanto lo sia il Signore Gesù Cristo, e così pure lo Spirito Santo - notate come in Tito 3:4 il Padre sia espressamente designato come "Dio nostro Salvatore* e in modo distinto da "Cristo Gesù nostro Salvatore" nel versetto 6. Se però questa preziosa dottrina viene omessa, tutto questo è ignorato e viene perduto di vista. La predestinazione appartiene al Padre, la propiziazione al Figlio, e la rigenerazione allo Spirito Santo. Il Padre origina la salvezza, il Figlio la effettua, e dallo Spirito Santo è portata a compimento. Ripudiare la prima significa sottrarre il fondamento stesso della salvezza.

Consideriamola ora dal lato umano: l'elezione sta alla base stessa della speranza del peccatore. Per natura noi siamo tutti figli d'ira (Efesini 2:3). Smarriti come pecore, ognuno segue la sua propria via (Isaia 53:6). L'intera umanità è colpevole di fronte Dio, tutti siamo sottoposti al giudizio di condanna da parte di Dio, giusto Giudice, e se fossimo lasciati a noi stessi, tutti sarebbero ineluttabilmente implicati nella comune rovina. Siamo tutti "della stessa pasta" e continuando ad essere plasmati dalla mano della natura diventeremmo tutti "vasi per un uso ignobile" (Romani 9:21). E' solo per la grazia di Dio che si può sperare di uscire da questa condizione (Romani 11:4-7). Gesù Cristo, il redentore dei peccatori, è Egli stesso l'Eletto così come Lo descrive il profeta (Isaia 42:1). Tutti coloro che sono destinati alla salvezza sono eletti in Lui, affidati a Lui dal Padre, scelti in Lui sin da prima della fondazione del mondo. E' per realizzare la loro salvezza che Dio ha dato il Suo Figlio unigenito e che Gesù Cristo ha assunto la nostra natura dando la Sua vita come prezzo di riscatto.

E' per chiamare gli eletti che sono state date le Sacre Scritture, sono inviati i ministri i Dio, l'Evangelo è predicato e lo Spirito Santo è presente. E' per realizzare l'elezione che uomini e donne sono istruiti da Dio, attirati dal Padre, rigenerati dallo Spirito Santo, resi partecipi di preziosa fede, fatti oggetto dello spirito di adozione, dello spirito di preghiera e dello spirito di santità. E' in conseguenza della loro elezione che uomini e donne sono ubbidienti al'Evangelo, sono santificati dallo Spirito, e diventano santi ed irreprensibili dinanzi a Dio. Se non vi fosse stata alcuna elezione da parte di Dio, non vi sarebbe stata alcuna salvezza. Questa non è affatto un'affermazione arbitraria: "Come Isaia aveva detto prima: «Se il Signore degli eserciti non ci avesse lasciato una discendenza, saremmo diventati come Sodoma e saremmo stati simili a Gomorra»" (Romani 9:29). Peccatori perduti non possono salvare sé stessi. Dio non aveva alcun obbligo di salvarli. Quando Egli si compiace di salvare, Egli salva chi vuole.

L'elezione non si pone solo come unica speranza di salvezza di un peccatore, ma accompagna pure ogni passo del progresso del cristiano verso il Cielo. Essa gli porta le buone notizie della salvezza. Egli gli apre il cuore per ricevervi il Salvatore. Essa è visibile in ogni atto di fede, in ogni sacro dovere ed in ogni preghiera efficace. Essa lo chiama. Essa lo vivifica in Cristo. Essa rende bella la sua anima. Egli lo corona con giustizia, via e gloria. Essa contiene in sé la certezza preziosa che: "colui che ha cominciato in voi un'opera buona, la condurrà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù" (Filippesi 1:6). Non c'era nulla nulla in loro tale da poter muovere Dio a sceglier il Suo popolo ed Egli opera su di loro in modo tale da non permettere a niente ed a nessuno di fargli revocare la Sua scelta. Come indica chiaramente Romani 8:30, la predestinazione implica la glorificazione e quindi garantisce che all'eletto venga fornito tutto ciò che gli serve nel periodo fra le due.

La fonte d'ogni benedizione

In terzo luogo, la felicità di questa dottrina appare dagli elementi essenziali che la definiscono. Ne menzioniamo i principali. In primo luogo, l'onore superlativo di essere stati scelti da Dio. In ogni scelta la persona che sceglie attribuisce valore a ciò che viene scelto. Essere scelto da un re ad occupare una posizione, un ufficio, essere chiamati a servire in un determinato impiego statale, gli dà una grande dignità. Così è nelle questioni spiritali. Era stato un onore per Tito essere scelto dalle chiese come compagno di viaggio di Paolo (2 Corinzi 8:19), che però il grande Iddio, il beato e unico sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, scelga creature povere, disprezzabili, prive di valore e vili come noi, è qualcosa che va al di là della nostra capacità di capire. Riflettete su 1 Corinzi 1:26-29e vedete come la questione vi venga trattata e come essa dovrebbe stupirci e renderci umili. Notate l'enfasi onorevole posta sul Signore Gesù Cristo: "Ecco il mio servitore che ho scelto; il mio diletto, in cui l'anima mia si è compiaciuta" (Matteo 12:18): la stessa posta su coloro che ne sono membra: "Se il Signore non avesse abbreviato quei giorni, nessuno scamperebbe; ma, a causa dei suoi eletti, egli ha abbreviato quei giorni" (Marco 13:20).

Notevole è la conseguente eccellenza di questo. Essi sono gli eletti, coloro che Dio ha scelto. Non ne consegue forse alto valore, onore ed eccellenza? Gli eletti di Dio diventano di prima qualità: è l'atto di Dio a renderli tali. Osservate l'ordine di 1 Pietro 2:6: "una pietra angolare, scelta, preziosa", preziosa perché scelta. Prendete i più eminenti fra i santi di Dio. Qual è il loro più alto titolo ed onore? Questo: "per amor di Davide, mio servo, che io scelsi" (1 Re 11:34); "Aaronne, che aveva scelto" (Salmo 105:26); Paolo "è uno strumento che ho scelto" (Atti 9:15); "una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato" (1 Pietro 2:9), cioè scelto. E' importante perché è caro a Dio: "tu sei prezioso ai miei occhi,
sei stimato e io ti amo" (Isaia 43:4).

Ancora, notate la pienezza di tale privilegio: "Beato chi sceglierai e accoglierai, perché egli abiti nei tuoi cortili!" (Isaia 65:4); "...poiché lo ricolmi delle tue benedizioni per sempre" (Salmo 1:6), o, come dice la Diodati: "tu l'hai posto in benedizioni in perpetuo", cioè messo a parte per null'altro che benedizioni". Come lo esprime il Nuovo Testamento: "Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo. In lui ci ha eletti prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui" (Efesini 1:3-4). L'elezione, quindi, è la fonte di ogni benedizione. Gli eletti sono scelti in vista di essere posti nella più stretta comunione con Dio che sia possibile per delle creature, la più alta. Considerate pure il tempo in cui ci ha scelti: "fin dal principio" (2 Tessalonicesi 2:3). Dio ci ha amati sin da quando Egli era Dio, cioè da sempre e continuerà ad essere Dio per sempre (Salmo 90:2). Il Suo amore è altrettanto antico: "Sì, io ti amo di un amore eterno; perciò ti prolungo la mia bontà" (Geremia 31:3), e il Suo amore è come Lui, incausato, immutabile, infinito.

La feliità dell'elezione appare ancora dal numero relativamente piccolo degli eletti. Il numero ristretto di coloro che godono di privilegi, lo magnifica ancora di più, come nel caso della preservazione di Noè e della sua famiglia: ",,,quando la pazienza di Dio aspettava, al tempo di Noè, mentre si preparava l'arca, nella quale poche anime, cioè otto, furono salvate attraverso l'acqua" (1 Pietro 3:20). Che contrasto questo con l'intero mondo degli empi, tutti periti! Lo stesso fatto è messo in evidenza da Cristo: "Non temere, piccolo gregge; perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il regno" (Luca 12:32). Il Suo disegno era quello di mostrare la maggiore misericordia di Dio che così pochi siano riservati a favori eterni e spirituali, mentre tutti gli altri non hanno che cose materiali e temporali come loro spettanza.

Tutto questo dovrebbe imprimersi nel nostro cuore. Volgi i tuoi occhi, caro lettore, al mondo di oggi, guarda da ogni parte: che cosa vi scorgi? Non sei forse forzato a dire della presente generazione, non importa di quale nazione, che Dio l'ha lasciata camminare nella propria via (Atti 14:16)? Non dovremmo tristemente concluderne che gli uomini e le donne di questa nostra epoca si trovino nella condizione descritta da 1 Giovanni 5:19: "tutto il mondo giace sotto il potere del maligno"? Il numero ristretto di coloro che appartengono a Dio, davvero pochi, è come il fascio di frumento che si può tenere fra due mani rispetto alla grande messe dell'umanità. Non dimentichiamoci neppure che ciò che appare ora davanti ai nostri occhi non è che la realizzazione di ciò che era stato stabilito dall'eternità. Dio, sul trono dell'universo, non è un Dio deluso, frustrato e sconfitto. Egli ha le Sue vie: "Il SIGNORE cammina nell'uragano e nella tempesta, e le nuvole sono la polvere dei suoi piedi" (Nahum 1:3).

Desideriamo ripetere come questo contrasto profondo dovrebbe avere un effetto molto grande sul nostro cuore. "Il fatto che pochi siano scelti e salvati, sì, e che molti di più siano lasciati a perire, dovrebbe suscitare in noi un apprezzamento straordinario per la misericordia e la grazia della salvezza. Il fatto che Dio, nella Sua provvidenza, investa così tanto ed usi così tanti mezzi esteriori per liberare solo pochi, cosa che non fa per molti altri che così periscono, non dovrebbe forse questo toccare ancora più profondamente il cuore delle persone che così sono preservate? Possiamo allora ancora meglio comprendere quanto valga 'una così grande salvezza'" (Thomas Goodwin). Tutto questo è prefigurato dalle tipologie e dalle ombre dell'Antico Testamento, come nel caso della piccola famiglia di Noè, l'unica risparmiata dal diluvio universale. Vediamo anche l'esempio di Lot, strappato da Sodoma per l'intervento di angelo. E perché? La Scrittura dice semplicemente: "...quegli uomini presero per la mano lui, sua moglie e le sue due figlie, perché il SIGNORE lo voleva risparmiare; lo portarono via, e lo misero fuori della città" (Genesi 19:16). Notate quale profondo apprezzamento e riconoscenza Lot manifesti al riguardo: "Ecco, il tuo servo ha trovato grazia ai tuoi occhi e tu hai mostrato la grandezza della tua bontà verso di me, conservandomi in vita" (Genesi 19:19).

C'è però anche da considerare questo: il nostro essere liberati dalla condizione di simile condanna in cui si trova l'umanità, non è esattamente la stessa di quella in cui si erano trovati i personaggi prima menzionati. Noè, infatti, "fu uomo giusto, integro, ai suoi tempi; Noè camminò con Dio" (Genesi 6:9). Di Lot, pure, è scritto: "...salvò il giusto Lot che era rattristato dalla condotta dissoluta di quegli uomini scellerati (quel giusto, infatti, per quanto vedeva e udiva, quando abitava tra di loro, si tormentava ogni giorno nella sua anima giusta a motivo delle loro opere inique)" (2 Pietro 2:7-8). Essi non erano colpevoli dei gravi peccati per i quali Dio aveva mandato il diluvio ed il fuoco. Quando però Dio ci ha destinati a salvezza, a differenza di loro, noi non eravamo né giusti né meritevoli di essa. Di fatto noi condividiamo pienamente la colpevolezza dell'umanità; noi non siamo in alcun modo migliori degli altri. E' solo il puro e sovrano decreto di un Dio sovrano che si è proposto il nostro portarci da uno stato di peccato e di ira ad uno di grazia e di giustizia, null'altro. Ancora più stupefacente, quindi, è la misericordia di Dio verso di noi: Dio "distingue dagli altri" (1 Corinzi 4:7) coloro in cui rispetto agli altri "non c'è distinzione" (Romani 3:22)! Quale amore, quale ubbidienza di tutto cuore, quale lode quindi, noi dobbiamo a Dio!

Grandemente produttiva

In quarto luogo, la felicità di questa dottrina appare nel fatto che essa, in chi la coglie autenticamente, produce santità. Secondo i divini propositi, gli eletti sono destinati a "una santa chiamata" (2 Timoteo 1:9). Nel compimento di questo proposito, essi sono fattivamente ed efficacemente portati alla santità. Dio li separa da un mondo empio. Egli scrive la Sua Legge nel loro cuore e pone su di loro il Suo sigillo. Essi sono resi partecipi della natura divina, rinnovati all'immagine di Colui che li ha creati. Essi diventano dimora di Dio, il loro corpo diviene tempio del Spirito Santo ed essi sono da Lui guidati. In loro è operata una gloriosa trasformazione che cambia il loro carattere e la loro condotta. Essi lavano le loro vesti e le rendono candide nel sangue dell'Agnello. Per loro, le cose vecchie sono passate e ogni cosa diventa nuova. Dimenticando ciò che sta alle loro spalle, essi corrono verso la meta che sta loro di fronte. Essi sono re e sacerdoti per Dio e dovranno essere adornati con corone di gloria.

Vi sono coloro che, nella loro ignoranza, dicono che la dottrina dell'elezione porti alla licenziosità, che si tratti di una credenza calcolata appositamente per produrre negligenza ed un senso di falsa sicurezza nel peccato. Una tale accusa è una bestemmia rivolta a Dio che ne è l'autore. Questa verità, come abbiamo ampiamente dimostrato, occupa una posizione prominente nella Parola di Dio, e quella Parola è santa e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia (2 Timoteo 3:16). Tutti gli apostoli credevano a questa dottrina ed essi promuovevano la pietà senza incoraggiare minimamente un comportamento sregolato. E' vero che questa dottrina, come ogni altra nelle Scritture, può essere pervertita da gente malvagia e posta ad un cattivo uso. Questo, però, militando contro la verità, serve solo a dimostrare fino a dove possa giungere la depravazione umana. Pure ammettiamo come persone non rigenerate possano sostenere intellettualmente questa dottrina e poi cadere in un'inerzia fatalistica. Neghiamo però nel modo più assoluto che un cuore che accolga questa dottrina possa produrre un tale effetto.

Che fede, ubbidienza, e santità siano inseparabili conseguenze e frutti dell'elezione è evidentissimo dalle Scritture stesse (Atti 13:48; Efesini 1:4; 1 Tessalonicesi 1:4-7; Tito 1:1) e questo è stato pienamente dimostrato nei capitoli precedenti. Come potrebbe essere altrimenti? L'elezione implica sempre la rigenerazione e la santificazione, e quando un'anima rigenerata e santificata scopre di dovere il proprio rinnovamento spirituale solo alla divina sovrana predestinazione, come potrebbe non esserne profondamente grata? In quale altro modo potrebbe essa esprimere la propria gratitudine se non in una vita santa ed in una fruttuosa ubbidienza? Comprendere l'amore eterno di cui è stata fatta oggetto, risveglia in essa amore per Dio ed ogni qual volta esiste un sincero amore per Dio pure troviamo lo sforzo sincero di compiacergli in ogni cosa. Il fatto è che il senso spirituale della grazia elettiva di Dio è la motivazione più potente che ci sia di una pietà genuina.

Se dovessimo entrare in dettagli sugli elementi principali della santità, questo capitolo si estenderebbe in modo indefinito. Considerare debitamente il fatto che non c'era nulla in noi a motivare Dio a fissare su di noi il Suo cuore, e che Egli ci vedeva solo come creature rovinate e meritevoli dell'inferno, ci rende umili più di ogni altra cosa. Renderci spiritualmente conto che tutti i nostri migliori interessi si trovino completamente in Dio, opera in noi sottomissione alla Sua sovrana volontà come nient'altro lo potrebbe fare. Cogliere con fede come Dio abbia posto su di noi il Suo cuore sin dall'eternità, scegliendoci come Suo tesoro particolare, opera necessariamente in noi disprezzo per il mondo. La conoscenza che i nostri confratelli e consorelle sono gli eletti e gli amati da Dio, evoca da parte nostra verso di loro ogni sorta di buoni e santi sentimenti. La certezza che il proposito eterno di Dio è immutabile e garantisce che ogni nostra necessità sia soddisfatta, è tale da fornirci un solido conforto in qualsiasi prova in cui potremmo trovarci.


10. L'elezione: i suoi oppositori
poiché lo ricolmi delle tue benedizioni per sempre